La vicenda del recupero dei compensi Aro, pari a poco meno di 200mila euro, da restituire con addebito sugli stipendi dei funzionari e dirigenti coinvolti, mi sembra segni un nuovo punto di svolta (o di ulteriore crisi?) nelle vicende amministrative del Comune di Brindisi.

Prima di addentrarmi nella riflessione che intendo proporre, sarà bene ribadire ancora una volta la mia posizione sulle vicende che presentano risvolti giudiziari, siano essi penali o civili: le sentenze sono una prerogativa della Magistratura. Di conseguenza, gli opinionisti o le testate giornalistiche, i politici o gli amministratori, non possono arrogarsi il diritto di anticipare dibattimenti in sedi non proprie e, meno che mai, conclusioni in tali materie.

Chiarito quindi che tutti gli interessati, persone fisiche o giuridiche, dovranno giocoforza sviluppare le proprie argomentazioni nelle sedi opportune per la definizione della controversia, in questo contributo vorrei segnalare la progressiva concatenazione di una serie di eventi che –per essere più marcatamente amministrativi – probabilmente sfuggono all’attenzione dei più.

L’Amministrazione Carluccio è la prima ad aver attivato il cosiddetto “spoil system”, che è la pratica politica americana secondo cui gli alti dirigenti della pubblica amministrazione cambiano con il cambiare del governo. Ovviamente, in Italia questo sistema può essere messo in pratica solo attraverso la rotazione degli incarichi di lavoro, visto che – in carenza di solide motivazioni – nessun dirigente pubblico può essere licenziato.

La maggioranza politica che sostiene il Sindaco Carluccio ha fatto questa scelta, che è legittima ed inoppugnabile, anche se politicamente rischiosa se non ci si cura di promuovere alternative in grado di “reggere botta” alle quotidiane e complesse sollecitazioni della vita amministrativa.

E, in verità, le cronache dei pochi mesi trascorsi dall’insediamento dell’Amministrazione Carluccio (tralasciando l’esasperato “turn over” di assessori e giunte) raccontano di una progressiva caduta della capacità di governo della Giunta rispetto ai delicati equilibri dell’apparato dirigenziale.

Lo “spoil system” si è avvitato su se stesso, inanellando bandi di gara errati, dimissioni di importanti dirigenti e vari provvedimenti di rotazione (equivalenti a dichiarazione di sfiducia), poi clamorosamente smentiti per tappare vere e proprie voragini che si aprono quotidianamente nell’attività amministrativa del Comune.

In questo quadro, si inserisce la vicenda dei compensi ARO, prima liquidati e poi sottoposti ad azione di recupero, contestati da un lato e strenuamente difesi dall’altro.

Come ho premesso, non entrerò nel merito della vicenda, che eventualmente sarà risolta dalla Magistratura civile, ma qualche dubbio mi sovviene di fronte alla solerzia con cui si richiede il recupero dei compensi ARO e non si fa altrettanto per quelli OGA, che sono stati caratterizzati da un’analoga traiettoria.

Possibile che il recupero dei compensi che si intendono non dovuti sia anch’esso influenzato dalle logiche di “spoil system”, o – meglio – dalle “lotte di classe” e dai regolamenti di conti che ormai tendono a coinvolgere anche i più alti dirigenti comunali?

Se così fosse, ci troveremmo di fronte alla più severa emergenza politica mai palesatasi a Brindisi.

I ruoli apicali dell’Amministrazione Comunale rappresentano il più grande patrimonio tecnico e di memoria storica di cui dispone questa disgraziata Città, più volte svillaneggiata da un ceto politico imbelle, mediocre e senza speranza di futuro.

Portare l’attacco al “cuore operativo” dell’Amministrazione, quello che ha garantito la continuità e la sopravvivenza dell’Ente anche nei momenti peggiori, significherebbe aver abbandonato qualunque remora etica e ogni limite di moralità.

Anche se i fatti tendono a confermare questa ipotesi, io non ci voglio credere, perché - come diceva la buonanima di Andreotti - a pensar male si fa peccato. Ma ci si azzecca!

Domenica 30 aprile 2017

E' online la Newsletter n. 10 Il racconto del giorno in cui sono diventato albanese.

Se volete ricevere gratuitamente la Newsletter, iscrivetevi digitando il vostro indirizzo mail nell'apposita casella che trovate nella home page di www.pinomarchionna.it

Di seguito i link per leggere tutti gli articoli della Newsletter 10:

- Il racconto del giorno in cui sono diventato albanese;

- Convivere con i terremoti della terra e con quelli della propria coscienza;

- Il mito della mia gioventù: la sinistra di governo;

- Nuove tecnologie e difesa dei posti di lavoro;

- Se la politica diventa solo maldicenza e tifo da stadio.

«È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana».

È questo l'incipit della lettera aperta che 600 docenti universitari (tra cui numerosi Accademici della Crusca) hanno indirizzato qualche tempo fa al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell'Istruzione e al Parlamento italiano, chiedendo interventi urgenti che riconsiderino i percorsi scolastici per l’acquisizione delle competenze di base, uniti all'introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.

Tra i firmatari anche il prof. Massimo Cacciari, che sostiene che «[...] la colpa non è degli studenti, né degli insegnanti, ma di chi ha smantellato la scuola disorganizzandola. [...] L'impianto dei vecchi licei è stato smontato senza riflettere su quali competenze siano comunque basilari per qualsiasi corso di studi. Prima c'era il nucleo forte di materie come italiano, latino, storia e filosofia al classico, lo scientifico cambiava di poco con l'aggiunta di matematica. Adesso si taglia il latino, si taglia la filosofia, pilastri per un apprendimento logico. [...] Sembra che l'unica cosa indispensabile sia professionalizzare, ma non si vuole capire che alla base di ogni apprendimento ci sono le competenze linguistiche».

Questo pur autorevole grido di allarme porta con sé l’evidente limite di circoscrivere la questione al solo mondo scolastico. Come infatti ha argutamente rilevato in un brillante intervento il linguista Raffaele Simone «a indebolirsi non è la “lingua italiana” come materia scolastica. È molto di più: non stanno andando in fumo solo l’ortografia, la grammatica, la sintassi e il lessico, ma tutta quella formidabile macchina mentale (un tesoro dell’Occidente) con cui si acquista, conserva, elabora la conoscenza. Parlo insomma dell’intera attrezzatura che si usa per acquisire conoscenze e elaborarle, esporle, farle valere, ricordarle, usarle nella pratica».

Peraltro, il problema non appare essere solo italiano, ma mondiale. Già nel 1987, il filosofo americano Allen Boom nel suo saggio “The Closing of the American Mind” (La chiusura della mente americana) sosteneva che «l'istruzione superiore […] ha impoverito le anime degli studenti di oggi», sostenendo al contempo che la responsabilità era da imputare all’apertura imposta dal “relativismo culturale” che, minando il pensiero critico, elimina il "punto di vista" che definisce le culture e si trasforma in un fattore di impoverimento per la stessa società.

Al di là delle dispute ideologiche, resta il fatto che la “de-alfabetizzazione” delle nuove generazioni è stata aggravata dall’uso indiscriminato e scriteriato del digitale di massa.

La diffusione generalizzata di smartphone e tablet ha rappresentato una grande autostrada per la diffusione di orribili pratiche linguistiche: faccine al posto di verbi e aggettivi; disinvolte fusioni di parole come “massì”, “maddai”, “evvai”; raggelante uso di apostrofi, accenti, punteggiatura; problematica coniugazione del tempo dei verbi.

Di fronte a questo disastro dilagante, non si può pensare che basti un qualche pur necessario correttivo da apportare nei percorsi scolastici per contrastare il blocco computazionale-educativo indotto dall’uso scriteriato dei dispositivi tecnologici.

E’ necessario ripartire dalle tecnologie digitali, che continuano ad essere il principale fattore abilitante per il cambiamento e per la costruzione di nuovi scenari di sviluppo, sollecitando un uso più appropriato dei dispositivi tecnologici, finalizzandoli al miglioramento delle competenze e alla trasmissione della conoscenza.

E questo il principale e più urgente compito che ricade sulle spalle delle Pubbliche Amministrazioni, che hanno a disposizione i programmi di sviluppo dell’Agenda Digitale Italiana. Tali programmi rappresentano altrettante occasioni per recuperare i gravi ritardi accumulati, potendo contare su finanziamenti per sviluppare l’inclusione sociale e l’educazione alla cittadinanza; la promozione di una cultura cittadina condivisa e partecipata; lo sviluppo della cultura digitale in collaborazione con il sistema scolastico locale.

domenica 23 aprile 2017

L’ultima “bufala” è stata fatale: l’arcano è stato svelato quando la Presidente della Camera Laura Boldrini ha finalmente risposto all’ultima “fake news”, che indicava sua sorella come gestore di ben 340 cooperative di immigrati, precisando che lei - purtroppo - non aveva più sorelle, essendo la sua morta anni fa per una grave malattia.

Non è il primo, grave incidente della “fabbrica delle bufale”. E forse non sarà neanche l’ultimo.

Fatto sta che sarebbe un errore ridurre il fenomeno a pura satira da web.

Siamo in presenza di una macchina nata per sparare bufale in rete facendo leva sui sentimenti più bassi (rabbia, indignazione, contenuti volgari).

Tutto questo per spingere al click e fare soldi con il traffico, attraverso milioni di pagine viste, incuranti di avvelenare in modo incosciente il clima del Paese, approfittando di chi non ha gli strumenti per capire che si tratta di falsi creati ad hoc.

Un’inchiesta giornalistica di qualche mese fa, condotta da Matteo Flora e Arcangelo Rociola per conto di AGI.it, ha smascherato il reticolo di siti e società che tiene insieme questa “fabbrica del fango”.

La chiave per la comprensione del fenomeno sta in alcuni codici di rete che è necessario avere bene in mente: in particolare il codice di AdSense (il programma pubblicitario di Google), e quello di EdinetADV (la società che distribuisce la pubblicità).

In sostanza, tutti i più conosciuti siti di “fake news” (Gazzettadellasera.com; News24Italia.com; Direttanews24; Kontrokultura.it; Teknokultura.it) altro non sono che una serie di scatole cinesi tutte collegate dallo stesso codice AdSense (per identificare i proventi pubblicitari) e tutte facenti capo alla stessa società Edinet, che distribuisce la pubblicità e che quindi incassa i relativi guadagni.

L’aspetto più singolare sta nel fatto che Edinet Ltd. non è una società italiana, ma è registrata in Bulgaria, all’indirizzo Ulitsa Serdika, 22 Oborishte, 1000 Sofia, Bulgaria.

In poche parole, la concessionaria di pubblicità e i domini di bufale sembrano tutti essere correlati ad un’unica grande "famiglia pubblicitaria", che fa capo all’entità bulgara Edinet Ltd, che a sua volta vanta una serie di “preziosi” contatti italiani.

Ed ancora più singolare è la constatazione che chi ci lavora (cioè chi inventa le bufale) riceva come remunerazione la risibile cifra di euro 1,70 per ogni 1.000 visite riscontrate, cioè appena 17 euro per 10.000 click!

Il fatto incontrovertibile che questi siti vantino milioni di follower - rappresentando di fatto una sorta di volto oscuro della democrazia digitale - pone a tutta la società civile, ma soprattutto al sistema dell’informazione, la necessità di sviluppare una vasta operazione verità con tutti i mezzi necessari, dalla carta stampata al web.

Si pone il problema di un rinascita culturale che parta dalla consapevolezza del singolo per diventare consapevolezza della collettività ed infine adesione e condivisione della necessità di una correttezza dell’informazione.

Sono convinto che tutti debbano dare il loro contributo per creare consapevolezza, per fare in modo che queste “macchine da guerra” che attirano like e retweet con titolo ambigui e falsità siano definitivamente sconfitte.

E questo non rappresenta un problema di etica o moralità: è una questione di civiltà!

domenica 16 aprile 2017

I territori periferici sono in crisi pre-agonica: è ormai in atto un fenomeno di ritorno nelle grandi città, con la contestuale crisi delle piccole città di provincia e delle aree più marcatamente rurali.

Tra il 2010 e il 2015, nel bel mezzo della grande crisi, il numero di occupati è aumentato nelle grandi città, mentre è calato significativamente in quelle di provincia.

Tutto questo è una conseguenza dello spostamento del baricentro dell’economia dal settore industriale a quello dei servizi. Dopo il passaggio dalla grande industria ai distretti produttivi localizzati sul territorio, ora è il terziario avanzato a trainare la ripresa, richiedendo grosse concentrazioni di popolazione e di potenziale clientela per creare economie di scala.

Questa traiettoria di sviluppo sta addensando le potenzialità di sviluppo nelle grandi aree metropolitane, mentre le periferie precipitano nell’abbandono per il taglio dei collegamenti, degli ospedali locali, dei servizi pubblici che non sono sostenibili in aree non densamente popolate.

L’Italia dei cento campanili, quella delle forze sane dei territori che costituivano l’ossatura dell’economia nazionale, si ritrova improvvisamente ad arrancare.

Lo slogan “piccolo è bello” non è più necessariamente virtuoso, anzi spesso è povero, spaventato, prigioniero di vassalli, valvassini e valvassori che spadroneggiano nelle città.

L’«Italia dei Comuni» appare obiettivamente malmessa, immobile, legata alle vecchie pratiche di una classe dirigente che ha abbandonato ogni ambizione e progetto che vada appena oltre la routine della sopravvivenza.

Nel 2009 c’erano solo due Comuni in bancarotta, e facevano notizia. Oggi sono 146 gli enti locali in pre-dissesto, 84 quelli in dissesto vero e proprio, cioè praticamente falliti, mentre sono aumentati del 380 per cento anche gli scioglimenti di comuni per infiltrazioni mafiose.

Il “mondo di mezzo” si sta impadronendo delle piccole città di provincia, sviluppando la sua rete di controllo del territorio, degli affari, delle emergenze, dell'erogazione di soldi pubblici. Non è “mafia” in senso stretto, almeno nell’accezione che siamo abituati ad attribuire a questo termine in Italia, ma è un sistema criminogeno nel quale alcuni metodi border line hanno successo perché sono riconosciuti come codice accettabile e persino affidabile.

Il più grande ostacolo alle ipotesi di rilancio produttivo dei territori periferici sono proprio questi “non-criminali”, che consumano la loro esistenza tra piccole malversazioni e reti clientelari fondate sul bisogno della povera gente, strutturando la loro “suburra di potere” in veri e propri clan che spesso vanno oltre le appartenenze e le etichette politiche.

Non sarà da questa gestione del territorio che si può immaginare arrivino nuove energie e slanci innovativi per il Paese. Ecco perché sarebbe ora di dire basta alla cieca esaltazione di questa rovinosa dimensione “locale” che sta costringendo progressivamente i territori a ripiegarsi su se stessi, avvitandosi in una crisi non solo senza precedenti, ma soprattutto senza speranze.

E’ necessario uno scatto d’orgoglio ispirato da un approccio europeo, che ormai rappresenta l'unica speranza per questa Italia piccola, che scivola nell'indigenza senza che nessuno se ne accorga, privata anno dopo anno dei servizi più banali, dai trasporti pubblici all'acqua potabile, dai servizi sanitari alla raccolta dei rifiuti, soffocata e avvelenata lentamente dall’insipienza di chi la amministra.

Domenica 9 aprile 2017

Quando ho ricevuto l’invito di Dritan Leli, Sindaco di Valona, a recarmi in quella Città per il 26 marzo, per ritirare il titolo di “Cittadino onorario di Valona”, in occasione della Conferenza sull'immigrazione ed i ponti di cooperazione tra Italia e Albania”, il mio primo pensiero è andato ai miei concittadini brindisini.

E’ vero: siamo un po’ piagnoni, ci lamentiamo sempre e nulla ci va mai bene. Ma questa volta abbiamo tutte le ragioni del mondo. Anche l’Albania, sia pur per mezzo di una simbolica Cittadinanza Onoraria conferita al Sindaco dell’epoca, riconosce a Brindisi e ai suoi abitanti i meriti per una solidarietà di massa la cui eco, a 26 anni di distanza, ancora non si affievolisce.

In tutti questi anni la Città di Brindisi è stata premiata dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali come l’Unicef e la Croce Rossa, mentre ancora aspettiamo la risposta per il riconoscimento della Medaglia d’Oro al Valor Civile dello Stato Italiano: si sa, nessuno è profeta in patria!

La lettera che mi ha inviato il Sindaco di Valona illustra chiaramente il sentimento di stima e gratitudine degli albanesi nei nostri confronti per quanto noi tutti facemmo all’epoca per il loro popolo. E’ una lettera importante, che arriva in un momento difficile del dibattito sull’immigrazione, che impatta su un’Europa intimidita e impaurita dalle ondate di profughi che ora si abbattono sulle coste siciliane.

Qualcosa in questi anni è cambiato: oggi l’Italia ha paura! Per questo, la nostra esperienza deve essere rilanciata con forza e convinzione.

Io me lo ricordo bene l’esercito spontaneo, fatto di uomini, donne e ragazzi brindisini, che scese in campo autonomamente, senza attendere il beneplacito da parte di nessuna autorità.

I cittadini di Brindisi nel 1991 indicarono al mondo intero una modalità con cui poteva essere affrontato il nuovo spettro che si aggirava in quegli anni per l’Europa: quello del crollo dei regimi comunisti e dell’incubo delle migrazioni di massa da est verso ovest.

In quei drammatici giorni il mondo venne a Brindisi: ricordo interviste rilasciate a tutte le televisioni europee e a quelle americane, canadesi, messicane, giapponesi, filippine.

Nei mesi successivi fui invitato in tutti i principali convegni europei sulle migrazioni internazionali, nel ruolo di testimone oculare del più grande esodo di massa sino a quel momento verificatosi nella vecchia cara Europa, terrorizzata dalla previsione di una nuova “calata dei barbari”.

Ecco perché ricordare oggi quello che accadde a Brindisi può offrire lo spunto per riflettere sulle motivazioni e sulle modalità dei nuovi flussi migratori che attraversano il Mediterraneo; per immaginare le risposte che non solo l’Europa e l’Italia, ma soprattutto le regioni meridionali italiane, e la Puglia in particolare, sono chiamate a fornire in termini di solidarietà e di sostegno allo sviluppo di quei Paesi che ormai sono divenuti strategici anche per la definizione delle nostre prospettive di sviluppo.

In ogni caso, un fatto appare già chiaro e incontrovertibile: riusciremo a superare questa nuova prova solo se sapremo riannodare i fili dell’antica comunità mediterranea, in ciò riproponendo con più forza e convinzione la più antica delle vocazioni di questo Paese: quella di guardare al mare e ai mondi che si schiudono al di là del mare.

Domenica 26 marzo 2017

La politica odierna assomiglia sempre più ad un gioco al massacro a forti tinte cannibalesche.

Indubbiamente il quadro istituzionale è desolante: manovre, trattative, accordi e tradimenti si sovrappongono ad un ritmo incalzante che frastorna anche il più smaliziato degli osservatori. Figurarsi il cittadino medio che segue il dibattito politico con la normale distrazione che si garantisce ad una cosa magari importante, ma assolutamente non essenziale.

Visto dall’esterno, il mondo politico appare un frullatore impazzito nel quale si ricorrono all’infinito:

  1. sondaggi che prevedono il futuro come se fossero moderni aruspici (i sacerdoti romani che anticipavano il futuro con l’analisi delle viscere degli animali);
  2. iniziative dei magistrati che certo assolvono il loro ruolo istituzionale, ma che – sia detto con il massimo rispetto - restano pur sempre persone che nutrono passioni e rancori tutti umani, che tuttavia detengono un notevole potere di interdizione che non sempre regge la prova del dibattimento e delle conseguenti sentenze;
  3. il popolo dei social, ormai entrato a gamba tesa nell’agone politico, pretendendo di dettarne l’agenda e le scansioni temporali dalla comoda posizione della tastiera del proprio ipad o smartphone.

La combinazione di questi elementi determina un’inedita dimensione della politica, sostanzialmente scandita da tre fattori che ne stanno rapidamente minando la residua credibilità.

Il primo è la maldicenza e l’insolenza, che sono ormai diventate la “cifra espressiva” del linguaggio politico. La lettura dei giornali, dei siti di informazione, dei social si è ormai tramutata in una sorta di golosa attesa di cogliere nefandezze e marciume tra i candidati, gli eletti, gli avversari e, qualche volta anche tra i compagni di partito particolarmente ingombranti.

Il secondo fattore è costituito dall’effetto spettacolo, dai commenti continui e ridondanti sulle peripezie del gioco elettorale e politico. La vicenda politica viene narrata come una sorta di cronaca di partita di calcio, con i suoi giocatori, gli arbitri, gli ultras delle curve che si scambiano insulti ed improperi irriferibili.

Infine, il terzo aspetto: l’uguaglianza, la più nobile delle passioni per chi ha creduto nel sogno di dare dignità alla politica, purtroppo trasfigurata oggi in una cappa scura di risentimento e di odio, alimentata da una folla che spinge per un’uguaglianza non già degli interessi, bensì dell’insipienza e della mediocrità in difesa della legittima brama di vendetta del popolo.

Dall’uguaglianza redentrice all’egualitarismo lagnoso, abbiamo quindi consumato tutte le possibilità che ci accompagnano in questa interminabile crisi di valori, mentre all’orizzonte si intravede in agguato l’inquietante profilo di un destino funesto.

Domenica 19 marzo 2017

Viviamo tempi complessi, contraddittori e ricchi di novità, che ci portano naturalmente ad associare questi cambiamenti all’impetuoso sviluppo delle tecnologie.

In realtà, riflettiamo davvero poco sull’impatto che queste innovazioni hanno sulla realtà oggettiva e fattuale delle persone che - nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori – fanno quotidianamente i conti con la pervasività dell'uso diffuso degli strumenti tecnologici.

La parola tecnologia può essere declinata in vari modi, ma il suo significato rimane legato alla sua etimologia: la parola è composta da due termini di origine greca, “techne” e “logos” ed indica che, come il linguaggio, anche la tecnologia fa parte integrante della condizione umana.

Oggi, però, la tecnologia è diventata tanto pervasiva e così diffusa da portare alcuni studiosi come Kevin Kelly a ipotizzarne l'autonomia, dovuta al flusso costante di informazioni che la caratterizzano e alla cultura a cui ha dato forma. Kelly usa il termine “technium” per descrivere una tecnologia diventata così potente da avere una sua vita autonoma e da essere diventata indipendente.

Il fatto è che miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone che rappresentano vere e proprie protesi tecnologiche di se stessi e di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale.

In concreto, questi sviluppi fanno temere che la tecnologia non sia più neutrale, ma stia riscrivendo il mondo intero, attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Se il software comanda, chi lo produce e gestisce comanda ancora di più, come la cosiddetta “banda dei quattro”: Google, Facebook, Amazon e Apple.

Grazie ai suoi algoritmi, il software - e la tecnologia più in generale - pone numerosi quesiti ad una riflessione filosofica e umanistica sulla libertà individuale, sulla democrazia, sull'identità, sul diritto alla privacy.

Il paradigma dello smartphone è il più illuminante, perché ha fornito l’illusione di poter comunicare con chiunque, sempre e ovunque. Esso ha volutamente riempito tutti i tempi morti della nostra giornata, le attese più o meno lunghe, i momenti di noia o di pausa. Da lì il passo è stato breve: perché, oltre a favorire un like al post di un amico, non proporre un acquisto semplice e immediato? Da utenti della tecnologia ci siamo trasformati in consumatori di tecnologia.

E se anche se non acquistiamo, mettiamo a disposizione gratuitamente i nostri dati.

Insomma, vale sempre la famosa citazione “se un prodotto è gratis, il prodotto in vendita sei tu”.

Non per niente su Facebook, le pagine personali e le pagine di aziende si presentano entrambe come vetrine in cui esporre i propri “prodotti” per attrarre l’interesse reciproco e con l’effetto collaterale di consentire l’immagazzinamento di miliardi di dati sulle nostre abitudini e i nostri interessi. Alcune caratteristiche antropologiche dell’essere umano - come il terrore della solitudine, della noia, la volontà di sapere cosa stanno facendo gli altri membri della propria cerchia, il voler sapere qualcosa, immediatamente, non appena il desiderio o la domanda si affaccia alla mente - sono sfruttate con grande abilità dalle grandi aziende che gestiscono i grandi sistemi

Certo, le problematiche di tipo etico sono parecchie e andrebbero affrontate con forse maggiore decisione, ma di certo la soluzione non può essere bloccare il futuro.

E’ comunque indiscutibile che, se quasi due miliardi di persone sono iscritte a Facebook, non possiamo far finta di non volerne sapere niente, perché significherebbe astrarsi volutamente da quel contesto. Se la società civile, e persino la politica, sempre più comunica attraverso Twitter, o se le Human Resources cercano candidati via Linkedin, non possiamo rifiutare a priori questi sistemi, perché il rischio è quello dell’auto-emarginazione.

Probabilmente la soluzione sta nella propria consapevolezza e conoscenza: è il singolo utente che deve esercitare un diritto di scelta consapevole, utilizzando i social network per “contaminarli” con il reale. Possiamo accettare che Facebook sappia di un viaggio fatto da qualche parte, ma prima dobbiamo essere consapevoli che esiste un algoritmo, del quale non abbiamo visibilità, che gestirà in un certo modo i post su quel viaggio, con fini che possono andare anche molto oltre quello specifico evento. Allo stesso modo potremo utilizzare Facebook per far sapere al mondo l’esistenza di un evento che ci sta a cuore e di contattare in tempo reale qualcuno che intende partecipare, traducendo un’occasione virtuale iniziale in un’occasione reale.

In fondo, possiamo essere certi che l’interazione umana non è stata ancora sostituita da quella tecnologica, ma con un buon uso dei social media le sue possibilità potranno senz’altro essere ampliate.

domenica 12 marzo 2017

Siamo in prossimità dell’8 marzo, che si celebra sotto la gelida ed incomprensibile cappa dell’ennesimo femminicidio. E mentre un sedicente “marito geloso” sardo ammazza a coltellate una giovane moglie “rea” di non volerlo più, l’Alta Corte Europea per i Diritti Umani condanna le autorità italiane per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito, consentendo che l’odio, la prevaricazione e la violenza vincessero ancora una volta.

Ormai sembra che parlare di diritti civili sia un lusso che l’Italia non può permettersi, quasi ci fosse un istintivo moto di atavica rassegnazione verso le questioni relative ai diritti delle minoranze e delle donne in particolare.

Si sta facendo strada la pericolosa tendenza a considerare la difesa dei diritti civili una questione da Paesi ricchi, nei quali ovviamente l’Italia non è annoverata, visti i tanti problemi che ci affliggono: il lavoro che non c’è, la ripresa economica che tarda ad arrivare, il debito pubblico che è fuori controllo.

Insomma, siamo poveri e dobbiamo pensare a cose più serie che la tutela dei diritti civili!

In questa settimana di avvicinamento all’8 marzo, il quotidiano nazionale La Stampa ha pubblicato una ricerca da cui emerge un quadro difficile per le donne italiane: pagate meno, sovra-istruite rispetto alle occupazioni, sempre più sole nella gestione del welfare familiare.

E questo cosa altro è, se non un segno di povertà profonda?

In questi anni di crisi, l’occupazione femminile ha retto meglio di quella maschile, ma si è trattato di una diminuzione delle disuguaglianze al ribasso, determinata non dalla crescita dell’occupazione femminile, ma dalla decrescita di quella maschile.

È cresciuto il part time involontario, non come strumento di conciliazione dei tempi di vita, ma come strumento di flessibilità più funzionale alle necessità delle imprese.

In Italia denunciamo una quota di part time involontario doppia rispetto all’Europa (60%), che vede le donne protagoniste in professioni non qualificate soprattutto nel terziario, alberghi e ristorazione in prima fila.

Le donne, più degli uomini, sperimentano quindi la precarietà con la conseguenza di più basse retribuzioni ed instabilità economica.

Negli anni della crisi è aumentata anche la quota di occupate sovra-istruite, di donne che lavorano in professioni non adeguate al titolo di studio conseguito. Sono diminuite le professioni tecniche e aumentate quelle non qualificate.

Basti pensare che l’unico settore che ha visto un segno di crescita occupazionale durante la crisi è stato quello dei servizi alle famiglie, perché - di fronte di bisogni di assistenza di anziani non autosufficienti, diventati sempre più incomprimibili con il progressivo processo di invecchiamento demografico - le famiglie preferiscono tagliare su altre spese piuttosto che privarsi di un supporto fondamentale.

In conclusione: viva l’8 marzo, Festa della Donna. Ma non dimentichiamo che è urgente mettere mano ad un quadro difficile per le donne italiane che sono pagate meno, sovra-istruite rispetto alle occupazioni, sempre più sole nella gestione del welfare familiare.

Perché le sfide quotidiane non si fermano davanti alla crisi economica: le sofferenze continuano, le donne si arrabattano sempre di più per riempire i vuoti lasciati dalla politica, alle loro difficoltà quotidiane si aggiunge quel senso di solitudine, che non è quello di chi non è accudito, ma è tipico di chi non è ascoltato.

Ma questo sembra che sia un fatto abbastanza comune nei Paesi poveri!

domenica 5 marzo 2017

La battaglia che tassisti e ambulanti hanno scatenato a Roma in questa settimana ha riacceso i riflettori su una questione mai troppo approfondita in Italia: come far convivere le nuove tecnologie con la difesa dei posti di lavoro.

L’innovazione tecnologica sta riducendo da anni i livelli occupazionali. Ha cominciato nel settore produttivo, per poi allargarsi progressivamente al settore terziario, fino a coinvolgere i settori tradizionalmente basati per lo più sulla componente umana, come appunto i servizi alle persone e le attività commerciali.

Non lo dico per prendere la rincorsa per una battaglia di retroguardia, ma per richiamare l’attenzione sulla necessità di trovare modi nuovi e creativi per gestire questo cambiamento, da affiancare alle tradizionali lotte sindacali.

Mentre negli Stati Uniti alcune grandi catene commerciali stanno chiudendo centinaia di punti vendita e tagliando migliaia di posti di lavoro, nel Regno Unito le previsioni del British Retail Consortium (la federazione dei negozianti britannici) stimano che entro il 2025 un terzo dei lavoratori del settore (circa 900mila persone) perderà il lavoro, colpendo soprattutto le piccole imprese del commercio e le aree più povere.

In Italia la dinamica è appena leggermente rallentata, soprattutto per effetto della crisi strisciante che il Paese vive da un decennio. L’Ufficio Studi di Confcommercio ha calcolato (su dati Istat) che dal 2007 al 2016 gli occupati nel commercio sono scesi del 7%, mentre nel totale dell‘economia sono diminuiti del 5,5%.

Il principale responsabile di queste dinamiche è l’irruzione delle nuove tecnologie anche nella rete distributiva: l’e-commerce è un fenomeno che si sta sviluppando anche in Italia, con preoccupanti risvolti sulla tenuta dei piccoli negozi che rappresentano il collante sociale ed economico delle città.

Le battaglie di retroguardia non servono e l’unico modo per non morire di tecnologie innovative è quello di fare i conti la nuova realtà, magari stabilendo con esse un patto di collaborazione.

In questo senso, il tema delle ‘Smart Cities’ rappresenta un’occasione concreta per il ripensamento delle politiche urbane di sviluppo economico, dando corpo e dimensione tecnologica/infrastrutturale alla interoperabilità dei progetti: distretti del commercio che si intersecano con le produzioni artigianali; orti urbani che si interfacciano con la catena corta alimentare; attività turistiche che si intrecciano con lo sfruttamento economico del patrimonio monumentale e culturale.

Questa nuova visione, fatta di riqualificazione urbana, innovazione sociale e dialogo con le comunità locali, deve diventare il carattere identitario dei piani formulati per l’evoluzione del commercio nelle città di nuova generazione, in grado di sfruttare l’ecosistema creativo come leva per lo sviluppo economico del territorio.

La ‘urban experience’ - oggi resa possibile dalle nuove tecnologie digitali come la localizzazione e la georeferenziazione dei piccoli negozi; la multicanalità nella quale possono convivere showroom e canali di vendita online; la trasmissione digitale dei segnali radio e dei sensori; i nuovi strumenti di misurazione e diagnostica, la modellistica 3D, le piattaforme digitali - rappresentano tutti elementi di base per la formulazione di una pianificazione strategico-operativa di nuova generazione.

E’ la logica dell’«innovare insieme», creando reti stabili di imprese e costruendo progetti innovativi che partano da una comprensione profonda dei cambiamenti in atto e delle loro implicazioni per il settore del commercio e che colgano le vere opportunità offerte delle nuove tecnologie digitali, costruendo strumenti digitali ad hoc (‘cloud’) e cultura (tramite formazione e metodologie) per rendere efficiente ed efficace il lavorare “in rete”, pur mantenendo le singole specificità aziendali.

L’obiettivo finale di questo approccio è rappresentato dalla costruzione di un’offerta complessiva di città in grado di intervenire su qualità, vitalità, efficienza e vivibilità.

La crescita passa, quindi, per un incremento di competitività che si fonda, da una parte, su un “contesto” complessivamente più efficiente e dall’altro, sulla duttilità ed adattabilità del tessuto delle medie, piccole e piccolissime imprese.

domenica 26 febbraio 2017

Quando ero giovane ero fiero e mi vantavo di essere parte della “sinistra di governo”…

Non che ai tempi la cosa fosse facile, visto che l’idea più gentile era quella di paragonarci ai ravanelli, rossi fuori e bianchi dentro.

Trascuro di approfondire gli esiti di quella contrapposizione, le persecuzioni e il clima di pulizia etnica che ne seguì. Ormai la rabbia e il disgusto per quello che sono stato costretto a sopportare è sepolto sotto la coltre di oltre 25 anni di estenuanti esercizi filosofici, attraverso i quali sono pervenuto alla mia attuale condizione di atarassia.

Ne parlo quindi con il distacco della «perfetta pace dell'anima che nasce dalla liberazione delle passioni».

Essere “sinistra di governo” in questo Paese è sempre stato un fatto tremendamente complicato, quasi schizofrenico perché deve tenere insieme il sogno e la realtà, la lotta e la responsabilità di governo.

Forse tutto questo è abbastanza comprensibile: la sinistra ha più facilità alla lotta che al governo, perché essa non è nata per amministrare ciò che esiste, ma per negarlo e progettare un volto nuovo del mondo. Per questo motivo, la critica minoritaria appartiene alla sinistra più che l’attitudine a gestire il governo, fino ad impantanarla regolarmente nelle sabbie mobili che separano il massimalismo dal riformismo.

In questo quadro problematico, a mio avviso, Renzi ha avuto il merito di aver tentato di tenere insieme i due aspetti del “dilemma cornuto”, coniugando visione e materialità, prospettiva e contingenza, sperimentando così un percorso inedito che aveva l’ambizione di ispirarsi al “partito di lotta e di governo” di berlingueriana memoria.

In sostanza, quello che Enrico Berlinguer aveva pensato per regolare la complicata fase delle “larghe intese” tra DC e PCI, è stato riproposto da Renzi all’interno del grande calderone del PD, divenuto nel frattempo il più grande partito italiano a vocazione maggioritaria.

L’epilogo è noto a tutti. Renzi ha commesso molti errori - alcuni dei quali riconosciuti da lui stesso - che gli sono stati fatali. Su un punto, però, i suoi meriti sono indiscutibili: aver consentito a una nuova generazione di diventare protagonista della vita politica del Paese.

Renzi ha rappresentato una sferzata di vitalità che ha calamitato speranze di cambiamento che hanno coinvolto anche chi – come me – aveva scarsa propensione verso il PD.

Con l’ascesa di Renzi alla guida del PD e poi del Governo, sembrava finalmente smentito il teorema dell’eredità politica negata, secondo il quale i figli - anziché ereditare il testimone dai padri - vengono osteggiati fino ad essere espulsi dagli stessi padri-padroni, incapaci di concepire un sereno tramonto politico.

Invece lo scontro generazionale covava sotto le ceneri, pronto a riesplodere alla prima occasione utile, o futile. Davvero non riesco a trovare altri argomenti più profondi, concreti e tangibili per giustificare lo scontro in atto in queste ore nel PD.

In fondo, la minaccia di scissione è una forma di elaborazione del lutto che supplisce l’incapacità di un avvicendamento naturale delle classi dirigenti. Ed è singolare che queste pulsioni suicide sfidino finanche una verità storica inconfutabile: ogni velleità di posizionarsi a sinistra del più grande partito di sinistra si è sempre rivelato un fallimento. Non solo in funzione dell’esito elettorale, ma soprattutto per lo sciame frazionistico che investe i protagonisti che lasciano la casa comune, una volta che si ritrovano senza radici, senza luogo, senza storia.

In queste ore, nel vortice delle frenetiche dichiarazione dei dirigenti del PD, non riesco a trovare traccia di quella sinistra di governo che ha sempre rappresentato la mia stella cometa.

A me non interessa sapere se le primarie si celebreranno a maggio o a settembre.

Mi interessa di più conoscere le politiche concepite per privilegiare i giovani, pur in presenza di un welfare nazionale che è in massima parte destinato in pensioni e assistenza per gli anziani che vivono sempre più a lungo.

Ciò perché considero obbligo morale di una sinistra di governo essere capace di conciliare l’enorme peso elettorale della componente anziana della società con la necessità di investire massicciamente su quella minoranza strategica per il futuro del Paese che è rappresentata dalle generazioni più giovani.

Allo stesso modo, avrei grande piacere a sapere come si intende porre un argine all’aumento sconsiderato del debito pubblico, che poi dovrà essere pagato dalle generazioni dei futuri contribuenti, senza per questo frenare ancora di più la sin troppo lenta crescita economica del Paese.

Oppure, ancora, mi piacerebbe conoscere la soluzione per far convivere la necessità inderogabile di innovazione con la triste constatazione che l’evoluzione tecnologica - che pure migliora la nostra vita di consumatori – comprime i salari e brucia posti di lavoro.

Ecco, ho elencato solo alcuni banali esempi di “dilemmi cornuti”, di distonia tra sogno e realtà, che una sinistra di governo deve essere in grado di affrontare se vuole abbandonare il limbo del mito per approdare nella realtà.

I manzoniani “capponi di Renzo” che si beccano mentre vanno a morire sono un’icona troppo triste per chi – come me - nutre una grande fiducia nella capacità degli esseri umani di dar sempre vita ad un nuovo inizio, usando il bene supremo dell’intelletto.

domenica 19 febbraio 2017

Non sono per niente sorpreso dell’esito dell’ultimo Consiglio comunale, quello della ritrovata maggioranza a sostegno della Sindaca Carluccio. E devo dire che non mi sento neanche deluso, tradito o villaneggiato: era già tutto scritto da tempo.

Chi mi segue più o meno regolarmente, sa che ero stato facile “profeta” a prevedere la corsa che si sarebbe scatenata per diventare il diciassettesimo consigliere che salva la consiliatura (“Siamo uomini o caporali?”, articolo di domenica 22 gennaio su Newspam.it)

Per la verità, avevo pensato ad un’operazione condotta con un po’ più di lungimiranza, sagacia e -perché no - un tocco di eleganza in più. Ma, ahimè, anche queste caratteristiche ultimamente sembrano diventate merce rara alle latitudini brindisine.

E’ proprio la triviale volgarizzazione di un’operazione politica in fondo abbastanza ordinaria (puntellare una maggioranza politica con fuoriusciti da altre compagini) che mi spinge a tornare su un argomento che – di fatto – è ormai archiviato.

Cui prodest? A chi giova tutto quello che è successo?

Certamente non giova all’immagine delle Istituzioni, della buona politica, del rapporto di fiducia tra cittadini ed eletti. Nelle giornate convulse del “colpo di scena” ho letto di novelli politologi che si sono appellati all’intangibilità costituzionale della delega senza vincolo di mandato, di cui sono beneficiari gli eletti. Non metto in discussione la veridicità dell’assunto, ma mi chiedo se non sia proprio questa una delle principali ragioni della frattura ormai insanabile tra società civile e società politica.

La delega senza vincolo di mandato che ancora oggi definisce i rapporti tra elettori ed eletti era stata pensata da una Costituzione che regolamentava la vita pubblica fondata sul ruolo-cardine dei Partiti all’interno della società civile. Ora, tutti sappiamo che i Partiti (almeno per come li immaginavano i Padri Costituenti) non ci sono più da un bel pezzo, sostituiti da una varietà anomala di movimenti, liste civiche, aggregazioni improbabili, quando non vere e proprie consorterie che mirano soltanto a conquistare la metà più uno dei consensi (o a riconquistarla con ogni mezzo quando la perdono).

Quindi la mancanza di vincolo di mandato consente a tutti gli eletti di “interpretare” più o meno liberamente la volontà dei propri elettori, pervenendo spesso a risultati quantomeno discutibili, proprio perché privi di possibilità di verifica e convalida.

Chiarito questo aspetto per nulla secondario, ripropongo la domanda: Cui prodest?

Non certo al Sindaco in carica che – in cambio del via libera alla prosecuzione della sua esperienza – si troverà assediata da una maggioranza numerica ancor più raccogliticcia e variegata di quella con cui aveva vinto le elezioni. E ancora, non gioverà certamente a chi si è incaricato di mediare le tensioni politiche all’interno della maggioranza, atteso che dovrà moltiplicare a dismisura il suo impegno per tenerla insieme in qualche modo.

Per dirla tutta, non sono neanche tanto convinto che gioverà a quei consiglieri che – direttamente o indirettamente – hanno prima consentito il “surplace” sulle dimissioni davanti al notaio e poi hanno materialmente rimpolpato la forza numerica della maggioranza.

Ma tant’è! Per ognuno di essi ci sarà prima o poi una sede di giudizio politico e morale…

Il punto vero di questa vicenda kafkiana è che – in assenza di un programma minimo di cose concrete per mettere in sicurezza la città (già, perché è di questo che si tratta!) – tutto quello che è successo in queste settimane rischia di ritorcersi immediatamente come un micidiale boomerang su chi lo ha determinato.

Penso a questioni come l’equilibrio del bilancio comunale, la gestione del ciclo dei rifiuti, la situazione economica delle partecipate, che rappresentano soltanto tre delle tante bombe con timer innescato sulle quali è seduta questa maggioranza.

E tuttavia, da questa vicenda è necessario trarre almeno una lezione per il futuro. Una lezione che - sia chiaro – deve valere per tutti: maggioranza e opposizioni; partiti, movimenti e liste civiche.

Come tutti hanno potuto constatare in questi mesi, governare Brindisi è cosa ben diversa dal vincere le elezioni comunali. Se non ci credete, chiedete a chi deve quotidianamente affrontare cittadini arrabbiati e delusi, lavoratori preoccupati di perdere il posto di lavoro, giovani che pensano di andare via, famiglie che non arrivano alla metà del mese.

Se partiamo da questa constatazione, credo sia finalmente arrivato il momento dell’abiura di quell’anomala proliferazione di liste e candidati che si riscontra ad ogni consultazione elettorale, così come è arrivato il tempo di conclamare la necessità che le liste siano affrancate da quei portatori di consensi che spesso - troppo spesso - sono diretta emanazione di bacini elettorali piuttosto border-line.

Fino a quando questi rigorosi atteggiamenti non diventeranno un diffuso patrimonio morale e culturale per l’intera classe dirigente (politica, economica, professionale), per questa Città varrà l’antico detto “chi rompe paga e i cocci sono suoi”, con l’aggravante che quei cocci rappresentano ampie fasce di umanità sofferente che non riescono a trovare degna attenzione nelle Istituzioni.

domenica 12 febbraio 2017

Non abbiamo più tempo! E’ diventato urgente e irrinunciabile mettere in campo uno sforzo di coinvolgimento delle migliori energie disponibili sul territorio per superare l’interminabile spirale di disagio che sta progressivamente impoverendo la collettività brindisina.

Questo è l’unico modo per affermare nei fatti un impegno civico improntato alla concretezza, all’efficacia e alla qualità del dovere di servizio che ognuno di noi ha nei confronti di tutta la comunità.

Per evitare maliziosi fraintendimenti, dico subito che è necessario riaffermare preliminarmente la netta distinzione dei ruoli tra politica e società civile, consapevoli della crisi di credibilità e di consenso che vivono le organizzazioni-partito e conseguentemente le Istituzioni, ma altrettanto convinti della necessità di porre un argine alla perniciosa deriva antipolitica che continua a permeare la vita sociale del territorio.

Immagino che un esercizio utile sia quello sforzarsi per individuare uno spazio, una sorta di “zona franca”, una striscia di frontiera tra la società civile e la società politica, che sviluppi un confronto propositivo tra le diverse opinioni dei singoli cittadini e dei principali attori sociali, un’ipotesi di convivenza laica e tollerante delle diversità che devono rappresentare ricchezza intellettuale, piuttosto che presupposto di rigida intransigenza o di piccoli calcoli opportunistici.

La Città è sempre più marcatamente caratterizzata da una strisciante e progressiva crisi di civiltà. Essa sta scivolando inesorabilmente verso l’improvvisazione, la confusione, il populismo, la demagogia, nel mentre la sua classe dirigente politica, imprenditoriale e professionale appare impoverita, impacciata, divisa.

E’ sempre più evidente il ruolo dirigistico delle “oligarchie” che la governano, riducendo visibilmente gli spazi di partecipazione alle decisioni più importanti e moltiplicando in modo esponenziale le presenze in ruoli significativi di persone con scarsa competenza professionale, ma soprattutto con perfetta incompetenza sociale, civicamente impreparati, portatori di disvalori ai quali è doveroso ribellarsi.

Il paradigma dell’attuale fase di gestione del potere cittadino tende a definire questa “massa critica di nominati” come volano del consenso degli oligarchi, come strumento di perpetuazione di una modalità di gestione del potere che è amorale non solo perché fondata su una cultura dell’occupazione del potere istituzionale nel nome della “appartenenza” piuttosto che della competenza, ma soprattutto perché sottrae surrettiziamente gli spazi di confronto sulle prospettive del futuro della comunità.

Per questo abbiamo il dovere di abbattere i muri, costruire ponti, realizzare una comunità plurale: perché la ricostruzione dell’identità civica della Città passa dalla sottoscrizione di un Patto di Cittadinanza che sia alla base dello stare insieme, per promuovere un fondamento etico comune che disciplini questioni controverse e spinose come la moralità del potere, l’etica dell’agire politico e la più larga condivisione di obiettivi concreti e praticabili su aspetti centrali della nostra vita: il lavoro, la democrazia urbana, l’economia circolare, il welfare, la cultura, la tutela ambientale del territorio, l’innovazione e la ricerca applicata, la mobilità sostenibile.

domenica 5 febbraio 2017

Qualche giorno fa ho letto una bellissima intervista dell’architetto Renzo Piano sul terremoto che sta spaccando in due l’Italia. Ve ne riporto alcuni passaggi molto significativi.

«Purtroppo la terra trema. E la natura non è né buona né cattiva. È semplicemente, e brutalmente, indifferente alle nostre sofferenze. Non se ne cura. Ma noi abbiamo una grande forza, una forza che la stessa natura ci ha dato in dono: l’intelligenza. Parlare di fatalità è fare un torto all’intelletto umano. La storia insegna: ci siamo sempre difesi, con porti, dighe, argini, case e con la medicina. Tocca a noi, al senso di responsabilità, investire la giusta energia nella messa in sicurezza delle nostre case. Che poi siamo noi stessi, perché se cerchi l’uomo trovi sempre una casa. La casa è il luogo della fiducia, il rifugio dalle paure e dalle insicurezze. Molto di più che un semplice riparo dal freddo e dalla pioggia.»

Inutile dire che questi pacati e razionali concetti - intrisi di quella insopprimibile fiducia nella capacità degli esseri umani di dar sempre vita ad un nuovo inizio – è tipica di chi è abituato a fronteggiare ogni emergenza usando il bene supremo dell’intelletto.

Nel suo intervento, Renzo Piano indica una via d’uscita non solo a quella parte d’Italia che oggi sta soffrendo e piangendo la morte dei propri cari, la distruzione della propria esistenza fatta di sacrifici e rinunce, la paura di un futuro incerto e fumoso. Secondo lui «si comincia applicando la scienza della diagnosi, che è precisa, oggettiva, per l’appunto scientifica. Come un bravo medico fa la diagnosi prima di prescrivere una cura o consigliare un’operazione, la diagnosi consente anche nelle case d’intervenire solo dove è necessario. Più la diagnosi è puntuale e meno l’intervento è invasivo e costoso, oggi abbiamo tutti gli strumenti per farlo. […] L’arte del conoscere e del sapere consente la massima efficacia senza accanirsi sugli abitanti, senza doverli allontanare durante il cantiere. Non si deve sradicare la gente da dove ha vissuto, è un atto crudele. C’è un legame indissolubile tra le pietre e le persone che le abitano. La casa è una protezione fisica e mentale, è il luogo del silenzio, tutti, proprio tutti, passiamo la vita a tornare a casa.»

Non ho potuto fare a meno di collegare lo scenario di distruzione materiale creato dal terremoto nel Centro Italia con quello morale che stiamo vivendo in questi giorni a Brindisi: una città in ginocchio, bloccata in ogni sua più minuta fibra in attesa di sapere se – prima o poi – qualcuno si preoccuperà di prendersi cura del suo presente e del suo futuro.

In fondo anche noi siamo terremotati. Ci sono crollati addosso tutti i simboli del nostro essere comunità: il senso di appartenenza, la spinta all’autodeterminazione, la voglia di investire sul futuro se non nostro, almeno dei nostri figli. I giovani vanno via, le mamme e i padri si augurano per i propri figli un futuro roseo lontano da questa Città.

Cos’altro deve accadere per renderci conto del terremoto che ha raso al suolo le nostre coscienze?

Non servono le risibili risposte degli “odiatori da tastiera” e neanche le fantasiose teorie cospirazioniste che immaginano l’esistenza in loco di un gruppo “Bildelberg degli straccioni”.

Serve una diagnosi seria dei punti di crisi della Città, a cominciare dallo stato comatoso del bilancio comunale che è ormai molto oltre il limite del “default”; è necessario fornire risposte serie e credibili a chi rischia di perdere il posto di lavoro, a chi quel posto non lo ha mai avuto e infine anche a quelli che ormai hanno perso anche la speranza; è indispensabile adoperarsi affinché le migliori energie di cui dispone la Città siano messe in condizioni di attivare un percorso di crescita e miglioramento.

Intervenire sui buchi neri dell’economia cittadina (gestione del ciclo dei rifiuti, riequilibrio economico delle partecipate, qualificazione della spesa sociale) rappresenta un itinerario difficile e accidentato, che ha bisogno di diagnosi accurate, di cure appropriate, di conoscenze e saperi che consentano la massima efficacia degli interventi, senza accanirsi sui cittadini.

Già, perché quel Palazzo Municipale è la casa di tutti i brindisini, mica il circolo ricreativo di un gruppo di amici che si ritrovano là per puro caso.

domenica 29 gennaio 2017

«Sindaca non pervenuta, si torni al voto. Necessario un governo di salute pubblica»

Al voto subito, per lasciarsi alle spalle l’esperienza di un’Amministrazione «ingiudicabile, con una sindaca non pervenuta». E’ questo il punto di vista dell’ex sindaco di Brindisi Giuseppe Marchionna, che nell’analisi degli scenari futuri della città mette subito le cose in chiaro: «Non ho alcuna intenzione di candidarmi, posso assicurarlo sin d’ora; al limite potrei dare qualche consiglio da vecchio saggio, qualora qualcuno me lo chiedesse».

Marchionna, perché secondo lei sarebbe meglio andare a votare subito?

«Probabilmente appartengo ad una generazione politica completamente diversa da questa, e visto l’andazzo potrei anche vantarmene, ma sono stato sempre dell’avviso che il peggior Consiglio comunale sia comunque maggiormente auspicabile del miglior Commissario straordinario».

Boccia la sindaca Carluccio su tutta la linea?

«Semplicemente la ritengo ingiudicabile, non pervenuta. Basta fare un’analisi dell’operato dell’Amministrazione nei primi sei mesi. Su 162 delibere, solo sei riguardano un piano strettamente operativo e si riferiscono ad evoluzioni di vecchi piani delle precedenti amministrazioni. Mi sembra decisamente poco».

Ritiene anche lei che la sindaca si sia ritrovata ostaggio di una maggioranza fin troppo ampia e decisamente incompatibile?

«Non riesco ad esprimere un giudizio in tal senso. Da parte dell’Amministrazione tutta c’è un problema di inconsistenza politica. D’altra parte, se pensiamo a molti dei consiglieri eletti o alla giunta vediamo un gruppo di ragazzi alla prima esperienza, anche molto entusiasti e motivati ma poco avvezzi alla gestione della cosa pubblica».

E’ la risposta ai sostenitori della rottamazione facile?

«Non sta a me dirlo perché faccio parte della precedente generazione politica. Dico solo che amministratori non ci si inventa».

In caso di elezioni immediate, sarebbe disposto a ricandidarsi?

«Nemmeno per sogno! Diciamo che ho già dato quando portavo i pantaloncini corti, per dirla con una battuta. Al limite, sarei disposto a dare un paio di consigli da vecchio saggio qualora qualcuno volesse chiedermeli. Sto bene così, continuo a studiare, di tempo per farlo ne ho molto e in questa fase della mia vita sono molto attento a conoscere gli strumenti di democrazia partecipativa che in questa città mancano del tutto».

A cosa si riferisce?

«Vede, ci sono tanti elettori che non vogliono esaurire il loro compito con la scelta nella cabina, ma vogliono partecipare anche in una fase successiva. Ma qui non c’è possibilità di ascolto e di confronto perché il ceto politico si barrica e smette di avere un dialogo con la gente. Oltretutto, mi chiedo dove sia in questo momento la cosiddetta classe dirigente. Non ci sono persone che abbiano l’autorevolezza necessaria per indicare una strada da seguire».

Secondo molti, i profili migliori si guardano bene dallo “sporcarsi le mani” con la gestione della cosa pubblica.

«Io credo che il vero punto stia nel recupero dell’autonomia e dell’autodeterminazione della città. Si pensi all’attuale quadro amministrativo: la stanza dei bottoni non è a Brindisi, le decisioni che contano vengono sempre prese altrove. Proprio oggi facevo una battuta ad un amico sull’attuale crisi, dicendo che a mio avviso in questa vicenda dovrebbero parlare solo quelli che conoscono il dialetto brindisino».

C’è anche un problema di assenza dei partiti?

«A Brindisi non esistono e sono molto preoccupato per loro. Personalmente confido più nel senso civico».

In che senso?

«Basterebbero 3-4 idee buone, 30-40 persone che abbiano a cuore le sorti della città, e si porrebbero le prime basi per un’ipotesi di rinascita, partendo dalla questione dei rifiuti, per arrivare poi all’abbassamento delle tasse e infine – fermo restando che nessuno ha la bacchetta magica – aprire nuovi spiragli in chiave occupazionale».

Non crede che con un voto subito ci sia il rischio di rivedere le stesse facce tra tre-quattro mesi?

«Può darsi, ma sono io ora a chiedere: pensate sul serio che tra 15-20 mesi i soliti volti spariranno dalla scena? Quella che invoco è una svolta culturale, ma non è impossibile. Penso ad un governo di salute pubblica, al di là degli steccati ideologici, risolvendo i problemi anche guardando come ci si muove altrove. Basta volerlo davvero».

pubblicata giovedì 26 gennaio 2017

“E' una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità”.

Così sentenziava Richard Yates nel suo “Revolutionary road”, il romanzo degli anni cinquanta con il quale descrisse la visione cruda e reale delle contraddizioni di un paese preda della decadenza e del materialismo; alle prese con la ricerca di un futuro, di qualcosa di meglio da contrapporre alla quotidiana frustrazione di un sogno strappato; popolato da personaggi dilaniati dalla loro solitudine e disperatamente alla ricerca di una improbabile felicità.

Confesso che lo scrittore americano è stato, insieme a Jean Paul Sartre e Albert Camus, uno degli “eroi” delle inquietudini della mia prima giovinezza. Yates era convinto che «la maggior parte degli esseri umani è ineluttabilmente sola e la tragedia della loro vita è nascosta in loro stessi».

Tutto questo mi è tornato in mente (anche se ho dovuto un po’ rinfrescare la memoria) in questi giorni di convulsi contorsionismi sul destino del governo della Città.

Mentre sullo sfondo si stagliava una comunità sofferente e agonizzante, ho assistito in sequenza:

  1. all’onesta e dignitosa presa di distanza di alcuni consiglieri che – chiedendo scusa alla Città per gli errori commessi, cosa per niente scontata e per questo apprezzata – hanno deciso di mettere fine alla commedia di meschina mediocrità ormai in scena da mesi;
  2. all’impagabile pantomima di annunci sulle magnifiche sorti e progressive di una raccolta rifiuti per la quale non c’è ancora uno straccio di contratto (sempre che il TAR consenta di firmarlo);
  3. al tentativo di mobilitazione delle forze sane, che pure in questa Città esistono, per porre fine alla lenta agonia del nostro senso di comunità.

Sembrava che tutto stesse ricomponendosi seguendo ragionevoli traiettorie di buon senso quando - all’improvviso - la piccola, dannata, comoda mediocrità di cui è intrisa tanta parte della classe dirigente della città è riemersa in tutta la sua devastante forza distruttrice.

Già, perché improvvisamente sono riapparsi i candidati al ruolo di diciassettesimo uomo, funzione che nel corso degli ultimi quindici anni è stata variamente interpretata da molti e deludenti personaggi.

La novità questa volta sta nella precisione chirurgica del tentativo messo in atto dai candidati al ruolo di diciassettesimo uomo. Non un brutale ‘salto della quaglia’ per rimpolpare le esauste brigate maggioritarie: no, questo sarebbe volgare e inappropriato!

Niente di tutto ciò, quindi, ma molto di più e meglio: un pagherò, una cambiale al 25 febbraio con la quale tentare di disinnescare la scadenza elettorale della prossima primavera, una versione pecoreccia del “pronti contro termine” tanto cara ai promotori finanziari.

Non intendo neanche entrare nella perniciosa disputa sui tempi più consoni di un eventuale commissariamento dell’Amministrazione comunale.

Meno che mai intendo imbarcarmi in un’analisi dei risultati degli ultimi commissariamenti (lunghi e brevi) a cui è stata costretta la Città. Credo che tutti i brindisini abbiano ben presente quello che è successo sia nel 2012 e nel 2016.

A me – che sono di un’altra generazione – hanno sempre insegnato che il peggior Consiglio Comunale è comunque espressione della volontà popolare e per questo motivo è sempre preferibile al miglior Commissario straordinario.

Ma quelli erano tempi nei quali la politica contava ancora qualcosa, non era subalterna ai poteri finanziari e non era ancora esposta ai piccoli, gretti e infantili calcoli di convenienza.

C’era la passione, la voglia di cambiare e di migliorare le cose, di dare voce e protagonismo alla gente che lavora, si sacrifica e tira avanti la sua esistenza quotidiana, pur tra mille difficoltà.

Le battaglie si potevano vincere o perdere, ma se qualcuno barava rendendole impossibili ed impraticabili c’era un istituto – tanto nobile, quanto ormai poco frequentato – che conferiva dignità e autorevolezza ai protagonisti: le dimissioni.

Ma questa è davvero un’altra storia. Come diceva Totò: o siamo uomini o caporali

domenica 22 gennaio 2017

Il concetto di estrema moda in questo inizio d’anno è quello di “post-verità”, espressione con la quale si indicano circostanze o situazioni nelle quali l’opinione pubblica viene fortemente condizionata da fattori emotivi, mentre l’oggettività dei fatti è messa in secondo piano.

La post-verità si nutre delle cosiddette “bufale”, ma anche questo è diventato un fattore irrilevante nell’attuale dibattito pubblico. Eppure le implicazioni sono concrete, giacché una proposta basata sulla spinta emotiva invece che su dati razionali non può sortire alcun risultato pratico e concreto a beneficio del singolo individuo, e neanche della comunità civica.

E’ ormai evidente come molti cittadini delusi dalla politica tendano deliberatamente ad ignorare le conseguenze di un confronto che non si basa sui fatti. E questo comporta una lettura del mondo che è sempre più corrotta da affermazioni senza alcuna base oggettiva.

Invero, la politica della post-verità non si sarebbe potuta affermare senza l’irruzione sulla scena sociale di un altro fenomeno contemporaneo, più volte segnalato e stigmatizzato da organizzazioni internazionali come OCSE e nazionali come ISTAT: l’analfabetismo funzionale.

Secondo OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) un analfabeta funzionale è una persona che non è capace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.

Un analfabeta funzionale, quindi, traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette e alle sue convenienze immediate, senza tenere conto delle conseguenze più complessive che i fatti possono determinare.

E’ pur vero che l’evoluzione delle tecnologie elettroniche e la sostituzione del messaggio letterale con quello iconico stanno modificando in tutto il mondo il livello di comprensione, ma il dato rivelato da ISTAT secondo il quale - nel 2016 - il 18,6% degli italiani (praticamente 1 su 5) non ha mai aperto un libro o un giornale, non è mai andato al cinema o al teatro o a un concerto, e neppure allo stadio o a ballare, è francamente sconcertante.

Quale diga fermerà il crollo verticale della cultura degli italiani, se chi deve rappresentare, chi deve insegnare e chi deve intermediare non si impone di essere più preparato?

Non esiste futuro, se i primi a rifiutare la complessità e l’approfondimento sono i politici, gli insegnanti, i manager, i giornalisti e tutte le altre categorie che rivestono un ruolo-guida nella società contemporanea.

Quale idea di progresso possiamo mai tentare di proporre se la realtà fattuale viene corrotta dalle spinte emozionali, se l’informazione si ritrae dal suo proprio territorio di neutralità facendosi contaminare da interessi partigiani, se la scuola continua a propinare dogmatismo invece di abilitare le competenze che fanno di una persona un cittadino attivo, e non un analfabeta funzionale: la capacità di scegliere un libro interessante, la scelta di partecipare alla vita sociale, la propensione a valutare le proposte economiche e politiche nella loro complessità.

In questo scenario si impone una scelta di campo, perché nulla è casuale!

Chi vuole continuare a mistificare la realtà, contrabbandando avversioni personali o interessi di gruppo come verità dogmatiche, faccia pure. Sia chiaro però che tentare maldestre operazioni di “shit-storming” qualifica chi lo fa per quello che è: un analfabeta funzionale contento di esserlo, anzi particolarmente interessato allo sfruttamento del fenomeno!

Per parte mia, io starò dove sono sempre stato: dalla parte del ragionamento, dell’approfondimento e dello sforzo di comprensione dei fenomeni complessi.

domenica 15 gennaio 2017

Il 9 gennaio 2017 sarà ricordato nella storia brindisina come il D-day della partecipazione popolare alle vicende della cosa pubblica cittadina.

Non era mai successo prima d’ora in questa Città (e non ho notizia neanche di altre) che la gente si autoconvocasse sui social network per discutere sul come fare per aiutare la Città ad uscire dalla drammatica crisi che la attanaglia.

Al di là del numero di persone che vi parteciperanno, delle proposte che potranno vedere la luce, delle iniziative che verosimilmente saranno assunte, questo fatto rappresenta un punto di non ritorno nella dinamica sociale cittadina: è il definitivo superamento del concetto di democrazia rappresentativa e di ogni forma di delega politica su cui essa si fonda.

Certo, sono uno studioso delle forme, delle modalità e degli strumenti della democrazia partecipativa (“La democrazia deliberativa” - www.pinomarchionna.it per scaricare l’e-book) e non posso ignorare che gli Enti Locali continueranno ad essere governati dai Sindaci e dai Consiglieri designati in legittime elezioni comunali. Ma è altrettanto indubbio che questa iniziativa rappresenti una sorta di definitiva “cesura epistemologica”, un risolutivo taglio netto con un ceto politico in profonda crisi e sostanzialmente già delegittimato.

Si sta aprendo una nuova fase politica fondata - più che sullo sviluppo di nuovi soggetti politici – su una nuova configurazione dei rapporti tra cittadini ed istituzioni e sull’individuazione di innovative forme di rappresentanza democratica.

Comincia ad apparire evidente che il cittadino critico, finalmente liberato dalle ideologie e per niente indulgente verso l’autorità costituita, espliciti la sua adesione ai valori democratici soprattutto attraverso il suo dissenso, in modo particolare quando ritiene che la politica istituzionale sia autoreferenziale e non rappresenti i reali bisogni dei cittadini.

Nella più intima coscienza dell’opinione pubblica, il crescente divario che si registra tra i bisogni e gli interessi dei cittadini da un lato e le dinamiche autoreferenziali di riproduzione delle ‘élite’ al potere dall’altro, ha ingenerato e moltiplicato un crescente sentimento antipolitico che può essere considerato come un atteggiamento critico nei confronti della politica e della sua rappresentazione istituzionale del governo della società.

Vi è un divorzio, ormai insanabile, tra i problemi, i bisogni e le richieste dei cittadini e le dinamiche autoreferenziali dei partiti e dei rappresentanti eletti, vale a dire tra la quotidianità della vita sociale e le dinamiche del sistema politico, che svuota di significato il principio di rappresentanza.

Per questo, il D-day della democrazia brindisina avrà in ogni caso il merito di aver richiamato l’attenzione su questo diffuso disagio, indicando al contempo l’urgenza di una profonda riflessione sulle risposte da fornire ai più evidenti deficit democratici che caratterizzano la vita pubblica cittadina.

La sfida è lanciata: il Democracy Day brindisino rappresenta un’occasione più unica che rara di tentare di costruire un inedito modello di partecipazione dei cittadini ai processi di ‘decision making’, che si ponga l’obiettivo di colmare l’abisso che attualmente separa i cittadini dalle istituzioni, minando alla base il concetto di rappresentanza democratica.

domenica 8 gennaio 2017

E' online la Newsletter 9 Buon Anno 2017

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Di seguito i link per leggere tutti gli articoli della Newsletter 9:

- Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni;

- Babbo Natale regalaci il "Genius Loci", lo Spirito del Luogo;

- La democrazia deliberativa;

- La Fabbrica dei Materiali;

- Iscrivetevi gratuitamente alla mia Newsletter.

 

Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni” è un aforisma, attribuito a Eleanor Roosevelt, che ha in sé una forza rivoluzionaria che si contrappone alla deprimente quotidianità che siamo costretti a vivere.

Il punto critico però è un altro: “Ma noi ce l’abbiamo un futuro?

Messa di fronte all’idea del futuro, la gente si scopre preoccupata ed impaurita, se non proprio incazzata verso le classi dirigenti (non solo politiche), sempre più incapaci di indicare una traiettoria di nuovo sviluppo.

In poche parole, il futuro è inopinatamente passato da valore di speranza a fantasma di paura.

L’organizzazione economica e sociale che abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi si sta sgretolando sotto i colpi della globalizzazione e la gran parte dei cittadini – privati delle vecchie certezze – brancola nel buio: viviamo un pauroso dramma sociale che accomuna i giovani che non hanno mai lavorato e i meno giovani che hanno perso il proprio lavoro dipendente o la propria attività imprenditoriale.

In questa situazione, è sufficiente la protesta e la rabbia verso le Istituzioni? Oppure è arrivato il momento che ognuno si assuma la propria responsabilità individuale di comprendere che sono mutate le condizioni generali dell’economia mondiale?

Il mondo vive una nuova epoca nella quale la vecchia centralità della fabbrica e della produzione seriale di massa è stata superata, per concentrarsi prevalentemente sulla produzione di beni immateriali consistenti in informazioni, conoscenza, servizi, simboli.

In questa nuova società, che definiremo “dell’informazione”, i ‘contenuti culturali’ svolgono ormai un ruolo cruciale, alimentando investimenti nelle infrastrutture, nei servizi a banda larga, nelle tecnologie digitali, nell’elettronica di consumo e nelle telecomunicazioni, dando vita a quella che è stata definita “economia della conoscenza”, nella quale nei prossimi anni si concentrerà la gran parte dei nuovi posti di lavoro.

In questo nuovo contesto, chi vuole entrare o rientrare nel mondo del lavoro deve investire su se stesso, impegnarsi per essere parte di quel capitale umano ad alta intensità di conoscenza su cui poggia il disegno strategico del nuovo ciclo di sviluppo.

E’ il capitale umano che crea localmente nuova conoscenza, acquisisce ed adatta conoscenze disponibili su scala globale, accresce la capacità di assorbimento e l’uso intelligente della conoscenza. Solo così l’innovazione diventa forza di trascinamento della crescita.

E’ proprio questa la bellezza del nostro sogno di futuro: favorire la costituzione di una massa critica di giovani e non più giovani che si impegnano ad accrescere le loro competenze, identificandosi come “Comunità di Innovatori”, cioè come individui dotati di spirito imprenditoriale e di pensiero lungo e sistemico, nei diversi ruoli che possono ricoprire nella vita professionale.

Da questo potremo ripartire per migliorare le Città, attrezzandole ad attrarre, sostenere e incrementare sui propri territori quelle attività che hanno la loro origine nella creatività, nell’abilità e nel talento, intesi come specifici presupposti della capacità di innovazione continua.

Perché le Città destinate a crescere nel prossimo futuro saranno quelle che riconoscono nella cultura, nella creatività e nell’innovazione una dimensione economica determinante nella creazione di valore aggiunto e di reddito-base per l’intero sistema urbano, valorizzando queste risorse come uno dei ‘driver’ chiave delle Città fondate sull’economia della conoscenza.

Mai come oggi, quindi, l’augurio di un felice anno ricco di sogni realizzati passa dalla nostra volontà di impegnarci e crederci!

 

domenica 1 gennaio 2017

Caro Babbo Natale, lo so che sono troppo vecchio per credere ancora alla leggenda che tu porti i doni che si desiderano.

In verità, ti devo confessare che non ho creduto in te neanche quando ero bambino.

Già allora ero affetto da un precoce senso di materialismo storico, per cui mi rifiutavo di credere alle cose che non vedevo. Figurati la disperazione di quei poveretti dei miei genitori quando mi regalarono la bicicletta rossa dei miei sogni e si sentirono dire: «me la regalate voi o la zia Maria?»

Ora però mi hanno chiesto di scriverti una lettera per Natale e - visto che con il tempo sono diventato meno ribelle e più riflessivo – mi acconcio a dedicarti questa lettera nella quale ti confiderò i miei più nascosti desideri.

Sono certo che non potrai esaudirli, ma non certo per tua colpa.

Il fatto è che il mio più grande desiderio può essere esaudito solo da un grande sforzo unitario di uomini e donne che si mettono insieme a lavorare per il proprio futuro e per quello dei propri figli. Già, perché il mio unico desiderio è quello di vedere finalmente riaffiorare il “Genius Loci” della mia Città, il suo “Spirito del Luogo”.

Sarebbe bellissimo vedere i brindisini recuperare una relazione intima e profonda con il luogo che li ha visti nascere e crescere, tentare di percepire l’invisibile che sta dietro al visibile, entrare in contatto con l’essenza “interiore” della Città, quella che porta con sé i segni di ciò che essa vuole essere o diventare.

Sino ad oggi, la Città è stata trattata come puro supporto tecnico alle attività economiche che vi sono state localizzate ed organizzate secondo principi indipendenti dalle relazioni con il luogo e, soprattutto, indifferenti alle sue qualità ambientali e culturali derivanti proprio dalla sua storia.

Questo processo ha determinato la progressiva destrutturazione del territorio, travolgendo nel corso degli ultimi decenni gli equilibri antropici e culturali che preesistevano: l’inciviltà e l’incultura di cui tutti oggi ci lamentiamo ne sono gli effetti più evidenti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un disastro di proporzioni immani che molti ancora si affannano a negare, la preoccupazione per la sopravvivenza che si insinua subdola anche nelle famiglie che pensavano di esserne immuni, l’azzeramento delle speranze di futuro per le nuove generazioni.

Per questo, caro Babbo Natale, ti chiedo di portarci il “Genius Loci”, in modo da riprenderci la nostra “coscienza del luogo”, che rappresenta la capacità di riacquisizione della Città come valore, come ricchezza, come relazione potenziale tra gli individui, la società locale e la produzione di ricchezza all’interno di un percorso individuale e collettivo in cui l’elemento caratterizzante sia la ricostruzione di una comunità in forma aperta, relazionale e solidale.

E sarebbe un bellissimo regalo di Natale se i protagonisti di questa riappropriazione dello “Spirito del Luogo” fossero impersonati dai ceti giovanili emergenti, quelli che fanno della creatività e dell’innovazione il prodotto specifico ed originale della loro generazione, quelli che sono tornati dalle più disparate esperienze in Italia e all’estero e quelli che vogliono lottare per non andare più via. Mai più!

Domenica 25 dicembre 2016

 

 

E' online la Newsletter 8 dedicata al saggio "La democrazia deliberativa. Teoria e prassi della partecipazione popolare alle scelte del governo ai tempi della crisi della politica, dei partiti e delle istituzioni", pubblicato dalla Fondazione Giacomo Brodolini nella sua Colla di Studi e Ricerche.

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Di seguito i link per leggere tutti gli articoli della Newsletter 8:

- La democrazia deliberativa

- Il Grillo mormorò...

- Ritratto triste di un'Italia rassegnata

- La rabbia iconoclasta e la sinistra imbambolata

- La politica sui social: dallo storytelling primordiale alle campagne d'odio sociale

«Fare storytelling è un bisogno primordiale. Siamo letteralmente costruiti per capire il mondo attraverso la narrazione. Il nostro pubblico non solo vuole storie, ne ha bisogno. Facendo dello storytelling una parte significativa della tua strategia di contenuti, stai toccando quel bisogno primordiale e aiuti le persone che contano per te a capirti un po’ meglio.»

Lo afferma Joseph Phillips, un giovane londinese che vive facendo il manager e lo stratega di contenuti sul web, il quale sostiene che ogni curatore di contenuti - indipendentemente dal settore in cui lavora e dalla natura dei contenuti a cui sta lavorando - è uno “story strategist”, giacché tutti i contenuti sono comunicazione e la narrazione è la forma più potente di comunicazione che esista.

Applicando alla politica dei nostri giorni questa teoria evolutiva della narrazione, probabilmente riusciremo a comprendere meglio quello che ci sta succedendo intorno.

Fino a qualche anno fa eravamo convinti che la TV generalista avesse avuto il merito (o il difetto?) di trasferire la politica dalla società reale allo spazio mediatico. Così, per quasi un ventennio Berlusconi e le sue televisioni sono state demonizzate per aver stravolto il linguaggio sociale con i suoi format, sostituendo i partiti con le emittenti televisive esplicitamente elevate al rango di delegate alla mediazione politica e orientate alla conquista del consenso elettorale.

Quella fase non è mai transitata attraverso i ‘talk show’ politici, ma si è sviluppata contaminando di specifici contenuti popolari gli spettacoli di intrattenimento. Tra questi, il genere che più di ogni altro mi sembra possa rappresentare il concetto di “storytelling primordiale” (cioè il bisogno innato di raccontare noi stessi per aiutare gli altri a capirci) è sicuramente il “reality”.

Il reality ha incarnato per la prima volta la possibilità per la gente comune di raccontarsi attraverso uno strumento di comunicazione di massa come la tv, garantendo l’attenzione del vasto pubblico televisivo. E’ in quella fase che si è affermato il mito dell’«uomo comune», portatore singolo dei propri interessi, avulso dal contesto sociale di solidarietà e comunanza che normalmente definisce una società civile. Ed è su questa base che successivamente si sono innestate le dinamiche del social network, che sono stati immediatamente riconosciuti dalla massa come formidabile potenziatore della propria narrazione individuale.

Parallelamente a questo percorso che ha coinvolto milioni di persone, anche la politica è diventata vittima di questi potenti fenomeni di disintermediazione (nessuno rappresenta nessuno, tranne se stesso), regredendo essa stessa a banale narrazione delle emozioni, invece che ancorarsi alla forza dei ragionamenti, delle idealità e dei valori fondanti della comunità.

Lo strapotere dei social rappresenta ormai una variabile indipendente nel dibattito politico, soprattutto quando essi diventano lo strumento dello stravolgimento della verità e della diffusione di vere e proprie campagne d’odio.

L’ennesima prova è stata fornita in questa settimana, quando un giornale on line di dubbia paternità ha lanciato il titolo “Gentiloni choc: gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi”. Era un titolo falso, ma è stato condiviso 6.000 volte in 12 ore su Facebook, scatenando un festival dell’odio che ha certamente origini nel malessere della nostra società, ma che viene alimentato quotidianamente da notizie false che sui social viaggiano alla velocità della luce. Ma la cosa più incredibile è che nelle stesse ore, editoriali anche piuttosto critici su Gentiloni e il suo governo registravano gradimenti molto diversi: il direttore di Repubblica Mario Calabresi 850 condivisioni; il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa solo 47 condivisioni e infine l’editoriale di Pierluigi Battista sul Corriere appena 15 condivisioni. Vale a dire che i tre maggiori quotidiani italiani messi insieme hanno fatto meno del 15% di Facebook!

Ho il massimo rispetto per i sentimenti di protesta e ribellione che albergano in gran parte del popolo italiano, così come non nutro pregiudizi verso chi è insoddisfatto e vuole impegnarsi per cambiare. Non riesco però a sentirmi rassicurato da questa sia pur straordinaria partecipazione popolare al dibattito politico, se il suo segno distintivo continua ad essere quello delle campagne d’odio che si susseguono incessantemente, supplendo al vuoto di idee e di proposte concrete.

Non credo sia questa la narrazione di cui il Paese ha bisogno!

domenica 18 dicembre 2016

 

 

Un’interessante analisi dei risultati del referendum - compiuta da Marco Valbruzzi, ricercatore dell'Istituto Cattaneo di Bologna - ha sottolineato il fatto che «prima che un voto "tecnico" sulla riforma costituzionale o "politico" sul governo Renzi, è stato un voto "sociale". "La rabbia" che cova in alcuni strati della società esplode appena si apre uno spazio utile allo sfogo. È il No di chi non si sente rappresentato e che sale sul primo tram che passa e scoppia nella rabbia del voto».

L’interpretazione mi sembra corretta e poco opponibile.

Se poi alla generalità degli elettori che volevano sfogarsi e mandare un chiaro segnale di disagio, aggiungiamo lo specifico del dato generazionale che indica l’81% di NO tra i giovanissimi (18-34 anni) e il 67% tra quelli di età media (35-54 anni), abbiamo la giusta contezza della miscela esplosiva che si è innescata lo scorso 4 dicembre.

Questa interpretazione non lascia molto spazio a rivendicazioni di vittorie o addebiti di sconfitte, vista l’ottusità e la cecità che tutta la classe politica riserva all’imponente “schiacciamento generazionale” della società italiana.

Nel nostro Paese continua ad essere garantito solo chi lavora o ha già lavorato (attraverso concertazione, dialettica sindacale, ammortizzatori sociali), oppure chi esercita una professione tutelata da ordini e corporazioni (notai, magistrati, ingegneri, architetti, giornalisti, ecc.). Gli unici che continuano a essere diseredati sono i giovani, quelli che un lavoro non lo hanno mai visto neanche con binocolo, che vengono sempre più schiacciati verso il basso della scala sociale, a prescindere dai propri meriti e dai propri bisogni.

Ecco perché è stata impressionante la quantità di rabbia che si è abbattuta sulla campagna referendaria, tanto da indurre Renzi a pronunciare la famosa frase «non credevo che gli italiani mi odiassero tanto …».

Aver trascurato gli effetti della morsa della crisi soprattutto tra i ceti sociali che più l’hanno patita è stato sicuramente il più grande errore, molto più della personalizzazione del referendum, del desiderio di vendetta dei “rottamati” del PD e dell’impatto dei social media orchestrato da Grillo.

Da qui bisogna ripartire. Non solo Renzi, ma tutti quelli che pensano che l’Italia possa ancora coltivare il sogno di un futuro di progresso e di benessere.

Si pone davanti a tutti i protagonisti della politica il problema di offrire una opportunità di canalizzazione democratica di questo enorme disagio che non trova più nelle istituzioni la sua naturale interlocuzione.

La politica è l’arte di convogliare simbolicamente l’odio e la rabbia in azioni di trasformazione e di cambiamento della società. Per questo considero miope chi in questi giorni gode del disastro compiuto, senza valutare appieno la natura autodistruttiva di quest’odio che sale dalla società dirigendosi verso le istituzioni e chi le rappresenta.

E’ sempre più evidente la prospettiva di consegnare alle nuove generazioni un Paese molto peggiore di quello che ci era stato consegnato. Per questo credo sia arrivato il momento di riflettere sulla consistenza effettiva dell’eredità che ci apprestiamo a trasmettere a chi verrà dopo di noi.

E il quadro non si presenta affatto incoraggiante…

Se a destra va in scena un dramma insieme personale e collettivo incarnato da un Berlusconi che non indica eredi, condannando così il centro-destra ad una inevitabile sterilità politica, dall’altro capo Beppe Grillo appare un padre politico non interessato ad allevare una nuova classe dirigente, ma solo a cogliere l’opportunità di una convergenza occasionale di arrabbiati e di scontenti, organizzata e diretta da un dialogo unidirezionale ispirato alla logica del “o con me o contro di me”.

Per questi motivi - pur dopo la sconfitta - resta ancora in gioco la sinistra democratica, oggi imbambolata e annichilita da una battuta d’arresto che nessuno immaginava di queste proporzioni. In fondo a questo tunnel di grandi tensioni sociali, mi sembra che la sinistra democratica rimanga l’unica area politica in grado di esprimere quella solida cultura di governo intrisa della ragionevole consapevolezza che per rendere governabile un Paese ricco e complesso come l’Italia sia assolutamente necessaria una grande capacità di mediazione e di convergenza tra storie ed approcci diversi.

 

domenica 11 dicembre 2016

Il 50° Rapporto Censis sull’Italia (reso pubblico lo scorso venerdì 2 dicembre) fotografa impietosamente i più rilevanti fenomeni sociali che caratterizzano il Paese in questa difficile fase congiunturale, individuando tre processi principali in atto nella società italiana.

Il primo processo testimonia che il Paese – nonostante la crisi - continua a funzionare nella sua dimensione quotidiana giacché:

a) le imprese continuano a operare nelle tradizionali filiere nelle quali l’Italia eccelle (enogastronomia, lusso e made in Italy, progettazione e fabbricazione di macchinari);

b) le famiglie continuano a risparmiare e ad accumulare ricchezza (dall'inizio della crisi gli italiani hanno accumulato una liquidità aggiuntiva per 114,3 miliardi di euro, un valore superiore al PIL di un Paese intero come l'Ungheria, mentre la liquidità totale di cui dispongono in contanti o depositi non vincolati ammonta a 818,4 miliardi di euro, pari al valore di una economia che si collocherebbe al quinto posto nella graduatoria del PIL dei Paesi UE);

c) il territorio continua a essere un fondamentale fattore dello sviluppo, con le città che recuperano il loro storico ruolo di localizzazione manifatturiera.

In secondo luogo, la società italiana riesce a metabolizzare anche i più violenti input esterni, riuscendo a rimuoverli o ad assimilarli. Ne sono dimostrazione il flusso crescente di migranti e la loro faticosa integrazione; il processo di digitalizzazione (che mette in crisi l'intermediazione burocratica del ceto impiegatizio che su questa prassi aveva costruito potere e identità); la faticosa affermazione legislativa e giurisprudenziale dei diritti individuali (unioni civili, riconoscimento dei diritti alla comunità LGBT).

Infine, la comunità nazionale riesce anche a cicatrizzare le ferite più profonde, come quella degli eventi sismici degli ultimi mesi (che portano il rischio di una contrazione dell'economia delle aree interne e la perdita di attrattività dei borghi e dei centri minori); la pericolosa frattura che si va sempre più aprendo tra mondo del potere politico e corpo sociale, che vanno ognuno per proprio conto, con reciproci processi di rancorosa delegittimazione.

In questo «silenzioso andare del tempo», il Paese è entrato in una nuova fase di economia sommersa. Non è più un “sommerso di lavoro” (come quello degli anni ’70 che diede un grande impulso alla produttività nazionale), ma è diventato un “sommerso di redditi” che consiste nella gestione del risparmio in contanti (senza andare più in banca), nelle strategie di valorizzazione del patrimonio immobiliare (appartamenti trasformati in Case Vacanze, B&B, ecc.), nel settore dei servizi alla persona (dalle badanti, alle babysitter, alle lezioni private).

Se il vecchio sommerso pre-industriale apriva la strada ad uno sviluppo imprenditoriale e industriale, questo nuovo sommerso non appare affatto orientato allo sviluppo. Rappresenta solo un’aggregazione magmatica di interessi e di comportamenti che ha come unico obiettivo quello di sopravvivere, anche e soprattutto nell’assenza di strutture portanti politiche o istituzionali.

E’ ormai evidente che è entrato in crisi il ruolo di cerniera delle Istituzioni che è la rappresentazione allegorica del grande distacco tra potere politico e popolo. Il corpo sociale si sente rancorosamente vittima di un sistema di casta, mentre le istituzioni (per crisi della propria consistenza, anche valoriale) non riescono più a «mediare» tra dinamica politica e dinamica sociale, condannandosi ad una progressiva divaricazione di prospettiva.

Si afferma così un contestuale e parallelo «rintanamento in se stessi»: il mondo politico riafferma orgogliosamente il suo primato progettuale e decisionale, mentre il corpo sociale rafforza la sua orgogliosa autonomia ed attitudine a sopravvivere, a prescindere dalla politica e dalle Istituzioni.

E’ il triste ritratto di un’Italia “rentier”, che sopravvive di rendita, che si dimostra incapace di investire nel proprio futuro, che è malata di immobilismo sociale ed è furiosamente sferzata dai venti rancorosi del populismo demagogico.

domenica 4 dicembre 2016

 

 

Fatta l’Italia, ora facciamo gli italiani”.

Mai come in questi giorni la celebre frase di Camillo Benso Conte di Cavour ben si attaglia alla situazione paradossale che stiamo vivendo. Ad oltre centocinquant’anni dall’unità d’Italia, siamo ancora “la terra dei cento campanili”, a causa di quell’approccio politico che spesso trasforma le differenze in divisioni e mette gli uni contro gli altri, attraverso rivendicazioni territoriali, giurisdizionali, culturali ed economiche proprie del campanilismo.

Da sempre gli italiani si sono dimostrati legati al proprio campanile, per il ruolo simbolico di identificazione che svolge, a tutela del proprio linguaggio, delle proprie tradizioni, della propria storia. E come ricordava lo storico Fernand Braudel “la ricchezza della realtà italiana è anche il segno della sua “insigne debolezza”, giacché la pluralità di tradizioni, di culture e linguaggi, ha sempre costituito un elemento di volubilità rispetto a quel “cemento” sociale che ha caratterizzato la storia di altre grandi nazioni europee”.

Questo tratto distintivo della nostra millenaria ed insufficiente storia nazionale è riapparso – come un fiume carsico, che improvvisamente risbuca in superficie - con il ricorso della Regione Veneto alla Corte Costituzionale avverso la Legge Delega 124/2015, meglio nota come Legge Madia.

Non sono certo nelle condizioni tecniche di commentare la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionali gli articoli 11, 17, 18 e 19 della Legge Delega. Sottolineo soltanto come la motivazione dell’illegittimità sia incardinata sull’insufficienza del semplice parere della Conferenza Unificata Stato-Regioni al posto della necessaria e previa intesa.

Nel momento storico in cui la globalizzazione genera interdipendenze e commistioni inedite, soprattutto in seguito al fenomeno dei flussi migratori dai paesi più poveri del mondo, in una Italia che dovrebbe cogliere e valorizzare la sfida della pluralità culturale, modernizzando la propria struttura istituzionale, torniamo al punto di partenza: ognuno pensa a sé stesso, guardando sempre e comunque al proprio campanile.

Questa è la nuova frontiera delle minoranze rilevanti, i cosiddetti “veto players”, che da partiti caratterizzati da una forte ideologia autonomistica si sono trasformati in grumi di potere finalizzati alla difesa di interessi locali che si sovrappongono a quelli più generali del Paese, anzi spesso li superano, in sfregio alla collettività nazionale.

domenica 27 novembre 2016

 

Premetto di non nutrire alcun pregiudizio verso il Movimento 5 Stelle. Anzi, spesso i grillini mi sorprendono e mi divertono con il loro senso “naif” della politica che peraltro decreta spesso il loro successo, visto che proprio questa semplicità li porta intercettare il sentimento dell’opinione pubblica più diffusa e popolare.

Data la rilevanza politica che hanno già assunto (per non parlare di quella che sembrano destinati ad assumere nel prossimo futuro), mi sembra doveroso dedicare qualche riflessione alla loro organizzazione e alle loro iniziative in questa fase finale della campagna elettorale per il Referendum del 4 dicembre.

Al di là dei tanti e affannati comprimari che stanno cercando di ritagliarsi il proprio quarto d’ora di celebrità, è ormai abbastanza chiaro a tutti che il Referendum si decide sostanzialmente sullo scontro tra il PD di stretta osservanza renziana e il Movimento 5 Stelle.

Con il dovuto rispetto che si deve a tutti gli altri, questo mi sembra l’assunto inoppugnabile da cui bisogna partire per capire quello che sta succedendo (e che succederà) nelle ultime settimana di campagna referendaria.

In questo scenario gli attacchi concentrici verso Renzi vanno assumendo man mano contorni nuovi e per certi versi inquietanti, non tanto per la pur scontata la violenza verbale, quanto per il massivo, disinvolto ed inedito utilizzo dello strumento principe del M5S: i social network. Il paradigma a cui si ispira la cultura politica del M5S è rappresentato da una particolare interpretazione della “democrazia diretta”, imperniata su una visione del cambiamento sociale guidato dalle nuove tecnologie della comunicazione ed organizzato attraverso una griglia orizzontale che rifiuta gerarchie e mediazioni (il famoso ‘uno vale uno’).

Partendo da questa premessa, è abbastanza intuitivo comprendere come i social rappresentino l’arma letale del M5S che, attraverso la pratica del passaparola tra militanti e simpatizzanti, sviluppa interventi all’insegna della logica del «ciò che siamo capaci di rendere virale prima o poi diventa vero agli occhi di chi vogliamo convincere».

Se tenete conto che su Facebook gravitano 22 milioni dei 29 milioni di italiani presenti sui social, vi renderete conto dell’enorme valenza di questa rete di costruzione del consenso.

Del resto, già nel giugno 2013 in una intervista al “Corriere della Sera”, Gianroberto Casaleggio commentando il libro di Steven Johnson “Emergence. The Connected Lives of Ants, Brains, Cities, and Software”, predicava un tema fortemente segnato dall’approccio biologistico che consente di passare dall’organizzazione sociale delle formiche alla realtà del web, sostenendo in sostanza la capacità degli organismi di più basso livello di produrre meccanismi di auto-organizzazione sempre più complessi e sofisticati. E’ quindi nel DNA originario del Movimento che si ritrova la “matrice social” della propaganda politica pentastellata.

Questa sintetica descrizione della struttura organizzativa che consente la trasmissione dei messaggi dal centro alle periferie spiega bene come sia possibile che – nella fase più aspra dello scontro sul Referendum – si propaghi massicciamente una cyber propaganda fatta di tweet e fake spesso completamente inventati, che vengono poi rapidamente diffusi da pagine e gruppi di discussione che fanno da camera di risonanza. In questo schema che somiglia ad un albero a grappoli, i falsi e le calunnie - ovunque generate - si propagano in modo virale, garantendo anonimato e sostanziale impunità.

Probabilmente alla fine quest’arma risulterà vincente, ma vivaddio quanto costerà al Paese?

domenica 20 novembre 2016

E' online la Newsletter 7 dedicata al saggio "La Fabbrica dei Materiali", l'organizzazione del ciclo integrato dei rifiuti con annesso Distretto Recupero Materia in un'Area Omogenea della Regione Puglia. Prefazione del Presidente della Provincia, Maurizio Bruno. ISBN 9788892635685, Edizioni Youcanprint. Acquistabile in tutte le librerie online.

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Di seguito i link per leggere tutti gli articoli della Newsletter 7:

- La Fabbrica dei Materiali

- La psicopolitica: il trionfo delle emozioni e la morte dei valori

- Quesito: "Quale scenario immaginate per il futuro della Città?"

- Il Distretto Recupero Materia: la nuova filiera produttiva che può nascere dai rifiuti

- La sindrome del Puzzone

Confesso che comincio a sentire il peso degli anni.

Lo capisco dal fatto che ricordo nitidamente molti, troppi avvenimenti degli ultimi cinquanta anni nel nostro Paese: dall’alluvione di Firenze (1966) alle bombe di Piazza Fontana (1969); dal primo sequestro delle B.R. del magistrato (Sossi) (1974) all’assassinio di Aldo Moro (1978); dalla notte di Sigonella (1985) alla stagione di Tangentopoli (1993); dall’ascesa di Berlusconi (1994) alla partecipazione italiana ai bombardamenti di Belgrado (1999), per finire alla complicata vicenda politica interna al PD che negli ultimi anni influenza negativamente gli equilibri politici del Paese.

Non ho citato casualmente quegli avvenimenti. Ad essi sono strettamente collegati non solo i nomi di alcuni leader italiani (Andreotti, Craxi, Berlusconi, D’Alema, Renzi), ma anche quello strano fenomeno della psicologia politica collettiva che trasfigura progressivamente la percezione popolare del leader, accompagnandolo dall’iniziale simpatia verso un’inesorabile deriva antipatizzante che lo trasforma in “Puzzone”, cioè infame, fetente.

I più liquidano questo fenomeno etichettandolo sbrigativamente alla voce “populismo”.

Personalmente nutro il massimo rispetto verso il populismo, almeno nella definizione di «ideologia secondo la quale al "popolo" (concepito come virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle "élite" e una serie di nemici che attentano ai diritti, valori, beni, identità e possibilità di esprimersi del "popolo sovrano"» (Albertazzi e McDonnell).

Il punto è che il populismo sembra ormai aver intrapreso una deriva ribellista e antisistema che non si cura affatto di organizzare o almeno prevedere sbocchi praticabili; che si nutre di disinformazione organizzata ad arte sui principali social network; che lusinga intere colonie di “hater” (quelli che odiano tutto e tutti) allevati a base di disprezzo, incultura e prepotenza psicologica.

Le campagne elettorali non sono più luogo nel quale esprimere la “cultura di governo” di cui si è portatori indicando quello che si vuol fare, ma sono diventate lo spazio dedicato alla personalizzazione del dissenso o meglio dell’odio che si nutre verso l’avversario: si vota pro o contro le persone. Più sovente contro.

Il voto alle elezioni Usa è stato a favore di Donald Trump o piuttosto contro Hillary Clinton e i suoi legami con Goldman Sachs e le odiate lobby? E prima ancora, il voto a favore della Brexit è stato un voto “per, a favore di qualcosa”, o piuttosto un voto contro le istituzioni di Bruxelles, contro quello che l’uomo della strada, il cittadino medio del mondo, chiama il potere?

Il prossimo appuntamento che potrebbe siglare la vittoria del populismo riguarda gli italiani, che si recheranno al voto il 4 dicembre per dire “SI” o “No” al referendum costituzionale promosso da Matteo Renzi.

Non sappiamo quanto Renzi riuscirà a modificare l’esito negativo preannunciato dai sondaggi.

Però gli va dato atto che sta combattendo una battaglia coraggiosa e solitaria per cambiare l’attuale assetto del potere in Italia, cercando di immettere massicce dosi di modernizzazione nella struttura istituzionale di un Paese fermo da decenni. Si può obiettare che non tutto è condivisibile, ma appare inequivocabile la direzione di marcia innovatrice. Comunque vada, questo lo renderà protagonista del futuro del Paese.

Intanto siamo costretti a sopportare una campagna elettorale avulsa dal suo contesto, impostata come occasione unica per liberarsi del “Puzzone”, percorsa in lungo e largo da una compagnia di giro di esperti semi-intellettuali, che paternalisticamente intenderebbero ancora suggerire cosa fare, cosa mangiare, come parlare, come pensare … e come votare.

Per dirla in una battuta con il saggista Nassim Taleb: “The Intellectual Yet Idiot”.

domenica 13 novembre 2016

L’eccessiva produzione dei rifiuti solidi urbani, rappresenta uno dei maggiori problemi del terzo millennio, soprattutto in riferimento alle necessità sempre più emergenti di trovare una soluzione al loro smaltimento. Questo continuo proliferare di rifiuti evidenzia, in modo incontrovertibile, come il consumo irrazionale di risorse sia divenuto un gravissimo problema, che ogni singolo individuo contribuisce ad alimentare col proprio stile di vita.

Il punto di partenza è la revisione critica del ciclo di vita dei prodotti, giacché la cultura attualmente dominante interpreta il ciclo dei prodotti “dalla culla alla tomba”, considerando la vita del prodotto all’interno di un ciclo temporale nel quale esso ha una unica occasione di utilità dopo la quale esso diventa un rifiuto, molto spesso prima ancora che vengano meno le sue caratteristiche funzionali (come nel caso di dispositivi tecnologici che, pur essendo ancora funzionanti, vengono considerati obsoleti).

E’ ormai evidente che è necessaria una rivoluzione comportamentale che riconsideri il ciclo di vita dei prodotti, proponendo un nuovo ciclo “dalla culla alla culla”, in ciò assegnando ad ogni prodotto la possibilità concreta di vivere una nuova fase di vita, riducendo nel frattempo lo smodato utilizzo di nuove materie prime la cui disponibilità non è affatto illimitata. E’ questo il pensiero fondamentale posto a base della cosiddetta “economia circolare”.

Questo approccio diventa essenziale per far crescere e qualificare una vera e propria “industria di preparazione al riciclo”, che abbia l’obiettivo di creare un’economia del recupero di materia, ma anche di ricercare nuovi sbocchi nell’industria manifatturiera fondata sulle materie seconde. La ricerca nel settore del riciclo rappresenta un’eccellenza nazionale e qui a Brindisi c’è il Cetma che è uno dei pilastri fondamentali di questo sistema. Certo, è ancora necessario sviluppare innovazioni di prodotto o di processo idonee ad ampliare le capacità di utilizzo delle materie seconde recuperate, ma la tendenza è estremamente positiva e significativa.

Un approccio innovativo alla “questione rifiuti” presuppone quindi una capacità di pensiero lungo e sistemico, che imponga immediatamente la necessità di costruire legami organici tra gli Enti di ricerca, le imprese del riciclo e quelle manifatturiere, convergendo verso l’obiettivo urgente di realizzare a livello territoriale un Distretto Recupero Materia.

Ho cercato di trattare questi argomenti molto complessi in un lavoro che sarà pubblicato la prossima settimana (Giuseppe Marchionna - La Fabbrica dei Materiali - Edizioni Youcanprint, versione cartacea € 18,00, versione e-book € 3,99 – in tutte le principali librerie on-line). Mi piace riportare qui l’incipit della prefazione di Maurizio Bruno, Presidente della Provincia di Brindisi e Sindaco di Francavilla:

Devo ammettere che mai prima d’ora la “questione rifiuti” mi è apparsa così decisiva per la qualità della vita nelle Città, ma anche per gli equilibri finanziari delle Amministrazioni Comunali sempre più alle prese con le drastiche riduzioni delle disponibilità di risorse. Per questo credo che il lavoro di Pino Marchionna arrivi al momento giusto, cercando di offrire un punto di riferimento nel confronto anche aspro che si deve aprire sulle prospettive di risanamento e di nuovo sviluppo di questo comparto. Gli strumenti che questo libro offre agli amministratori pubblici, ai dirigenti comunali, alle imprese e anche ai comuni cittadini interessati a queste tematiche sono ampi, vari e complessi, ma tutti tendono a convergere verso un approccio innovativo alla “questione rifiuti”, cercando di evitare “romanticherie” ambientaliste e fondamentalismi liberisti. Marchionna ci spinge a considerare finito il tempo di “gingillarci” sulle percentuali di raccolte differenziate che vengono raggiunte nei vari Comuni, con tanto di gare, diplomi e medaglie. E’ venuto invece il tempo di “pesare” i materiali effettivamente riciclati, per valutare quanto e cosa essi rappresentino nella nostra economia in termini di risparmio di materia prima e di energia. Ciò sottintende un nuovo approccio verso l’ambiente che non si arresta più sulla soglia del generico rispetto verso il “Creato”, ma va oltre per cercare di evitare nuovo consumo di territorio (discariche), oppure ulteriori emissioni di agenti inquinanti (inceneritori)” …

domenica 6 novembre 2016

 

Se è vero che è in corso una furibonda competizione tra territori per rendersi attrattivi nei confronti di quegli insediamenti in grado di garantire un sereno futuro di investimenti e sviluppo, è meglio ammettere subito che abbiamo già perso questa battaglia: il nostro sistema di infrastrutture logistiche (porto, aeroporto) ed istituzionali (provincia, camera di commercio, autorità portuale) ci è stato già smantellato sotto i nostri occhi distratti e timorosi.

Non intendo per questo crocifiggere la nostra martoriata classe politica: sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, che notoriamente non ha armi per difendersi. Ma non posso neanche simulare un’ipocrita condivisione con chi (a Bari o a Roma) sembra aver deciso di cancellare Brindisi dalla carta geografica con un bel tratto di matita blu!

Più prosaicamente, nutro solo l’aspirazione di rivolgere un quesito a quelli che una volta (bei tempi!) erano chiamati a rappresentare “le forze sane e produttive della società”, cioè le organizzazioni datoriali, i sindacati dei lavoratori, le associazioni di volontariato: «Quale scenario immaginate per il futuro della Città?».

Purtroppo queste risposte non possono essere più rinviate, magari nascondendosi dietro le sempre più clamorose falle di una classe politico-istituzionale composta perlopiù da prestanome invece che da protagonisti. Abbiamo urgenza di definire un’idea di città originale, distintiva, intelligente, che sappia cosa vuole diventare “da grande”, delineando almeno i contorni di un nuovo modello. Personalmente individuo tre grandi aree di riflessione e di conseguente elaborazione:

a) l’esigenza di stabilizzare una presenza industriale oggettivamente invasiva, per la quale devono essere previste sia puntuali modalità di progressivo abbattimento degli impatti ambientali, che adeguati processi di innovazione e sostenibilità ambientale in grado di innescare nuove filiere di sviluppo produttivo;

b) la promozione del nuovo paradigma della “manifattura urbana”, intesa come nuova modalità di organizzazione produttiva alternativa al modello della grande fabbrica, che trae alimento dalla chiusura del ciclo dei materiali, dall'acquisto e dal rilascio su base locale dei nuovi prodotti rigenerati (green procurement), dalle catene di distribuzione a Km. zero. Il tutto organizzato nelle forme di fabbriche intelligenti e di ecosistemi Smart FabLabs;

c) le nuove sfide di innovazione per il settore pubblico, per spingerlo ad adattare coerentemente l'organizzazione, i processi, i servizi ed i sistemi di innovazione tecnologica per supportare la crescita industriale urbana, le competenze e le produzioni orientate verso nuovi modelli di business tra il settore pubblico e privato.

domenica 30 ottobre 2016

Byung-Chul Han è un filosofo nato a Seul che insegna filosofia e teoria dei media a Berlino. Negli ultimi anni ha pubblicato alcuni saggi sulla globalizzazione e sugli effetti delle nuove tecnologie sugli esseri umani e sulla società. Le riflessioni di Han sono dedicate al nuovo popolo che vive nel mondo dei media digitali e che lui ha definito “sciame digitale”: una comunità composta da individui anonimi che solo apparentemente condividono pensieri e azioni, ma che spesso si perdono nella conta dei “mi piace” e non riescono a trovare modalità efficaci per esprimere le loro energie collettive. La principale caratteristica di questa nuova folla senza anima e spirito è il permanente stato di eccitazione che si traduce in forme di scrittura emotiva ed informale.

Le ondate di indignazione sono molto efficaci nel mobilitare e mantenere desta l’attenzione […] tuttavia, non sono in grado di strutturare il discorso […] montano all’improvviso e si disfano altrettanto velocemente”, scrive Han per segnalare che la protesta digitale è molto spesso effimera, contingente, sterile e tende sempre più a sostituire le forme di protesta storica a cui siamo stati abituati prima dell’avvento di Internet. In questo contesto, il pubblico (in particolare quello più giovane) viene sempre più coinvolto nel sensazionalismo digitale con i suoi picchi che degradano rapidamente in calma piatta, o vengono a loro volta superati da nuovi picchi, delineando così un’idea di massa popolare superficiale e distratta che si muove come una sorta di nebulosa gassosa che appare e scompare nella sua evanescenza. Per questo lo sciame digitale esprime un potere debole e apparente, che non incide efficacemente proprio perché non crea un “contropotere”.

L’applicazione di queste controverse dinamiche collettive alla sfera della comunità sociale assume poi un valore addirittura esiziale per la dialettica tra Società ed Istituzioni. La partecipazione politica – in questa triste epoca di partiti rinchiusi in uno ristretto recinto di casta e incapaci di offrire un’efficace rappresentanza democratica – è ormai un appannaggio della “democrazia digitale”, popolata da “cittadini di tastiera” che esprimono consenso o dissenso con un clic. Ormai siamo entrati nella democrazia dei “mi piace”, la cui efficacia temporale è quasi nulla, rappresentando unicamente espressioni contingenti che non riescono a costruire una reale dialettica politica in grado di giungere ad una sintesi effettiva di costruzione del consenso (o del dissenso). Conclusivamente, si può affermare che è stata inaugurata la fase della “psicopolitica”, nella quale il potere non ha più alcuna necessità di interdire, censurare, sopprimere la libertà, ma anzi si mostra parecchio permissivo nei confronti di chi si è volontariamente rinchiuso in un circuito sterile di lamentele ed aggressività gratuite e nel quale la mediocrità ed il conformismo si sono imposti irresistibilmente.

Non c’è più alcun interesse verso i temi della costruzione di una comunità, ma solo nei confronti della lamentazione per la cattiva politica, proprio come il consumatore si lamenta di merci e servizi che non lo soddisfano. I politici diventano quindi, banalmente, i fornitori di questo deprimente servizio e la trasparenza viene invocata non già per svelare, comprendere e controllare i meccanismi decisionali, ma solo per trovare più facilmente presunti vizi dei vari personaggi da fustigare pubblicamente. A ben riflettere, tutti questi sono ingredienti di una democrazia da spettatori, nella quale il cittadino guarda l’azione invece di agire, mentre il suo status si rimpicciolisce e i suoi diritti non sono più quelli del protagonista, ma del pubblico pagante: quello che fa numero, ma non fa più opinione.

Al posto delle ideologie ora ci sono le emozioni, dove c’erano i valori crescono i sentimenti, spesso nella forma del grande risentimento collettivo che è diventata la cifra del nostro scontento, mentre ci incamminiamo distrattamente a sopravvivere in una società ormai privata dei suoi valori fondanti.

domenica 23 ottobre 2016

Nella società dell’informazione i ‘contenuti culturali’ svolgono ormai un ruolo cruciale, alimentando investimenti nelle infrastrutture, nei servizi a banda larga, nelle tecnologie digitali, nell’elettronica di consumo e nelle telecomunicazioni.

Pubblicato sul Bollettino Ufficiale Regione Puglia n. 20 del 13 febbraio 2014 un Avviso per la presentazione di istanze di accesso ai finanziamenti previsti dalla Misura 6.1.5, Nuove Iniziative d’Impresa, che prevede finanziamenti in favore di nuove imprese per un totale di € 53.998.419,43.

Soggetti beneficiari

I soggetti destinatari delle agevolazioni sono le microimprese ancora da costituirsi o di nuova costituzione. Si considerano di nuova costituzione le imprese che, alla data di presentazione della domanda preliminare di accesso alle agevolazioni, siano costituite (o Ditte Individuali che abbiano aperto Partita IVA) da non più di 6 mesi e siano inattive. Si considerano inattive le imprese che non abbiano emesso fatture attive né percepito corrispettivi.

Nella Gazzetta Ufficiale n. 300 del 23/12/2013 è stato pubblicato il Decreto-Legge 23 dicembre 2013, n. 145 contenente l'art. 9 che riguarda la detraibilità fiscale per l'acquisto dei libri.

Al momento non sono stati fissati alcuni termini fondamentali per l'attuazione del programma sulla detraibilità, rimandati ad un decreto che verrà emanato dal Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze entro 30 giorni dall'adozione dell'intervento.

In attesa dei prossimi sviluppi, in caso di acquisti di libri è utile farsi rilasciare una regolare fattura che potrà consentire le detrazioni.

La fattura dovrà contenere, oltre al codice fiscale e, laddove esistente, la partita IVA del cliente, il dettaglio dei titoli acquistati con il relativo codice EAN. Meglio sarà farsi rilasciare fatture diversificate tra acquisti di libri scolastici/universitari e altre tipologie di libri.

Importanti novità sul programma Europa Creativa sono state annunciate nel corso del Forum europeo della Cultura che si è concluso a Bruxelles il 6 novembre 2013. 

Nell’ultima giornata del Forum, si è tenuta infatti una sessione informativa appositamente dedicata a questo nuovo strumento di finanziamento UE che per periodo 2014-2020 metterà a disposizione poco più di 1,4 miliardi di euro per il sostegno a progetti e operatori in tutti i settori culturali e creativi.

Dalla sessione informativa sono emerse, in particolare, anticipazioni di grande interesse per chi intendesse cogliere le opportunità derivanti dalla pubblicazione del primo bando per Europa Creativa attesa a breve.

E’ stato confermato che il lancio dei primi bandi è previsto per l’inizio di dicembre 2013 con scadenza a marzo 2014. I bandi sono rintracciabili cliccando qui.

La città produce relazioni secondo la catena idee, innovazione e creatività.

Le idee si sviluppano attraverso i modelli di cooperazione che sempre più guidano i processi di progettazione. L’innovazione dota ogni individuo di una memoria (database) e di una connettività (ubiquità data dalla rete internet) tendente all’infinito.

I rapporti di vicinanza che si instaurano in una città e lo scambio di relazioni fra persone di cultura, religione e provenienze diverse stimola la creatività.

Questi tre elementi coniugati con le nuove tecnologie (piattaforme e web 2.0) danno come effetto lo sviluppo di processi orizzontali, che portano la progettazione partecipata ad un livello superiore dal punto di vista ideativo, di coinvolgimento e di collaborazione.

Il crowdfunding civico si propone come metodo per guidare questi processi con l’obiettivo di creare interazione fra la P.A., cittadini, associazioni e imprese del territorio per quanto riguarda lo sviluppo e la realizzazione di opere pubbliche. L'idea è quella di sviluppare una piattaforma di crowdfunding civico a scala di città/regione/stato affinché possano essere utilizzate le idee dei portatori d'interesse del territorio per sviluppare progetti il più condivisi possibili, rientrando negli obiettivi del piano europeo EU 2020.

Il crowdfunding non è solo un metodo di finanziamento ma si fonda sulla forza delle community che perseguono un determinato progetto, tutto questo unito alla collaborazione con la pubblica amministrazione, le imprese e le associazioni del territorio porta ad uno sviluppo di responsabilità sociale e relazionale (legata al luogo) nei confronti dell'opera realizzata.

Un approfondimento tecnico dei temi del civic crowdfunding nel saggio breve di Alessio Barolo e Daniela Castrataro qui allegato

Allegati:
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Diventare mecenati di un'opera di Street Art. Sten&Lex per il Festival Outdoor di Urban Art di Roma.

L'installazione di Sten & Lex è prevista per via Caffaro. Tutti posso contribuire tramite il crowdfunding a realizzarla. Il breakeven point sulla piattaforma Eppela è fissato a 10mila euro.

Sten e Lex, tra i pionieri dello stencil graffiti in Italia, sono alla loro seconda partecipazione all’interno del festival. Proprio il loro ritorno segna il senso di apertura e cambiamento che Outdoor vivrà in questa quarta edizione. Il duo artistico realizzerà un intervento permanente sulla medesima superficie sulla quale erano intervenuti nella prima edizione, il tutto attraverso l’attivazione di un’innovativa operazione di crowdfunding.

Un processo di finanziamento che permetterà di realizzare la prima opera di Street Art partecipata in Italia; operazione ideata con l’intento di lasciare un segno chiaro nella percezione che il pubblico ha di questa corrente artistica, un modo per apprezzarne ancora di più l’alta valenza sociale che questa riveste in tutti i contesti urbani del mondo.

Una città attiva e dinamica è una città che muta, si migliora e cresce solo ed esclusivamente grazie agli impulsi che provengono da chi la vive.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha diffuso i risultati del nuovo rapporto Piaac (OECD Skills Outlook 2013, visionabile in allegato) sulle competenze degli adulti tra i 16 e i 65 anni di età in 24 paesi. Le rilevazioni sono state fatte tra il 2011 e il 2012, per l’Italia è stato incaricato ISFOL, Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori.

Allegati:
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La Newsletter del mese di settembre è dedicata al tema della cultura e identità di popolo. Di seguito i link per leggere gli articoli:

- Cultura e Identità di popolo

- La misura della creatività

- I FabLab

- Piccole imprese creative crescono

- Nuovi servizi all'interno del sito.

La cultura è l’insieme di conoscenze che formano la personalità e la capacità critica di un individuo, l’insieme di conoscenze proprio di un intero popolo e, infine, l’insieme delle sue credenze e tradizioni. Dentro al concetto di cultura, dunque, c’è anche identità, capacità, espressione di sé come persone e come comunità, progetto, immaginario, memoria del passato e proiezione nel futuro, evoluzione, orgoglio e senso di sé e mille altre cose.

Se tiriamo via la cultura, i popoli e gli individui si riducono al proprio essere fenomeno biologico. Ciò per dimostrare ancora una volta che la cultura è tutto tranne che una faccenda noiosa, inutile, antipatica e che “non si mangia”, anche se spesso, da chi poco la frequenta, viene presentata così. La cultura è quel che noi siamo e saremo, e viceversa.

La cultura cambia. Si evolve. Ma, mentre l’evoluzione darwiniana riguarda la trasmissione di geni (con le loro mutazioni e l’affermarsi degli individui e delle specie più adatte), l’evoluzione culturale riguarda la cosiddetta trasmissione di memi, cioè di informazione trasmessa da un individuo all’altro mediante mezzi comportamentali.

L’etimologia di meme di deve al biologo evoluzionista Richard Dawkins che ha abbreviato la parola "mimeme", che deriva dal la parola greca "mimema" che significa "qualcosa imitato".

A Lecce dal 24 al 28 settembre torna Artlab 13, l'appuntamento aperto al mondo della cultura che accoglie più di settanta tra esperti e operatori da ogni parte d'Italia ed Europa e coinvolge imprese, amministrazioni pubbliche e numerosi Sindaci.

L’ottava edizione si concentra su tre punti cardine: Territori, Cultura e Innovazione. Una triade che vede al centro la cultura, risorsa per portare innovazione nei territori, che ha comunque bisogno di essere rinnovata affinché sia sempre più sostenibile, coinvolgente, partecipativa, radicata e sempre più parte attiva di processi di sviluppo territoriale e di crescita economica. Ciascun tema si sviluppa in un percorso che prevede momenti di networking, conferenze, attività di formazione, colloqui con consulenti e attività culturali.

Gli appuntamenti si articolano secondo tre percorsi:

Innovazione e sostenibilità. Trasformare le organizzazioni per costruire il futuro. Gli strumenti finanziari per la cultura, il sostegno all’imprenditorialità culturale, nuovi modi di gestire e di valorizzare il patrimonio e le nuove competenze che servono: in nove incontri si va alla scoperta di nuove forme di sostenibilità per chi vuol far cultura innovando.

Partecipazione e Innovazione sociale. Oltre il recinto: nuove responsabilità, altri pubblici. All'insegna dell'integrazione tra arte e società, durante sette appuntamenti si potranno scambiare modi, esperienze e raccomandazioni su come rendere il pubblico parte attiva dell'evento e dei beni culturali, coinvolgendolo con più efficacia anche attraverso una migliore comunicazione, per trasformarlo in una comunità di consenso e di sostegno.

Smart cities. Cittadini attivi per territori intelligenti. La cultura può essere la base sulla quale costruire territori più intelligenti? Seguendo un modello di partecipazione condivisa, le esperienze europee e sette Sindaci italiani si confrontano su questa tema, accogliendo spunti e idee provenienti dalla cittadinanza.

Il programma completo della manifestazione al sito http://artlab.fitzcarraldo.it. La partecipazione a ArtLab13 è libera ma è richiesta l’iscrizione tramite la piattaforma Eventbrite, attiva sulla stessa pagina del programma dell'evento.

di Massimo MELILLOQuotidiano di Brindisi, martedì 17 settembre 2013.

Una recentissima indagine di Eurisko, la maggior società di ricerche sociali e di mercato del Paese, ha analizzato i nuovi trend italiani. Le crisi economiche continue causano incertezze e paura. Negli ultimi 15 anni si registra un + 21% di consensi sull’affermazione “il futuro mi preoccupa”. Non è solo un fatto di perdita del potere d’acquisto: crollano miti, e neppure la famiglia, quella che in passato ha sopperito a tutte le carenze del welfare, viene più percepita come luogo di sicurezza.

La ricerca ha anche rilevato una tendenza, definita come “crescita della complessità percepita”, che riconosce le persone come più autonome e protagoniste, ma anche più bisognose di riconoscimento, confronto e relazione. Il cambiamento degli individui è quindi la vera variabile causale di tutto il resto. Oggi le persone sono più istruite, critiche, curiose: vogliono etica e quindi sostenibilità ambientale, sociale, culturale, economica. In sostanza, cercano progetti di vita.

Ho letto con attenzione critica l’appassionata analisi ferragostana di Carmine Dipietrangelo sul Partito Democratico, sulla sua evoluzione (o involuzione?) di questi anni e su ciò che potrebbe rappresentare in futuro.

Preliminarmente, devo ammettere che sono sorpreso io stesso dal fatto di aver letto quell’intervento, avendo da anni abbandonato (e anche con un certo fastidio) tutti gli argomenti che a vario titolo hanno a che fare con il dibattito politico.

Ma l’incipit di quel contributo ha rappresentato proprio un’irresistibile tentazione: «Se qualcuno è interessato al Pd, alla sua evoluzione riformista e ad una sinistra ampia e non vuole far parte di nessuna tribù, corrente o comitato elettorale […] può avere un luogo dove discutere di questioni […] per le cui soluzioni e visioni ha ancora un senso far parte di un partito e di essere di sinistra?».

Una recentissima indagine della maggior società di ricerche sociali e di mercato del Paese, Eurisko, sui nuovi trend italiani ha rilevato un sostanziale cambiamento degli individui: oggi le persone sono più istruite, critiche, curiose e pretendono etica e quindi sostenibilità ambientale, sociale, culturale, economica. In un solo concetto: cercano progetti di vita.

E’ da questo approccio che stanno nascendo culture, valori e consumi nuovi.

Non è, come si potrebbe pensare, solo il mero calcolo economico a ispirare le scelte, bensì i bisogni crescenti di benessere e soddisfazione: dal cibo alla tecnologia, c’è bisogno di simboli, esperienze, icone emotive forti.

Smart&Start sostiene progetti imprenditoriali a carattere fortemente innovativo, promossi da nuove imprese ubicate nel Mezzogiorno.

SMART prevede contributi a copertura dei costi di gestione dei primi anni di attività, per le nuove imprese ubicate in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, che propongono modelli di business innovativi sotto il profilo organizzativo o produttivo, oppure orientati a raggiungere nuovi mercati o a intercettare nuovi fabbisogni.

START prevede contributi a sostegno delle spese di investimento iniziali, per le nuove imprese ubicate in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia che intendono operare nell’economia digitale e/o valorizzare economicamente i risultati della ricerca, pubblica e privata. I due incentivi – Smart e Start – sono cumulabili, fino ad un massimo di 500.000 € in quattro anni, per ogni impresa beneficiaria. Gli incentivi sono rivolti alle società di piccola dimensione, costituite da meno di sei mesi. Per richiedere le agevolazioni non è però necessario aver già costituito la società: possono accedere a Smart&Start anche “team” di persone fisiche in possesso di una business idea. La costituzione della nuova società sarà richiesta solo dopo l’approvazione della domanda di ammissione alle agevolazioni.

E' stato pubblicato il secondo volume di Quaderni Brindisini intitolato "Il Futuro delle Città".

Tra i vari interventi anche "Una riflessione sui nuovi fattori di competitività tra sistemi urbani", dedicata alla strutturazione di un modello di economia della conoscenza in ambito urbano.

Leggi l'intervento in allegato

11 luglio 2013

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